Furto al Louvre, il racconto dei ladri: «Il mandante voleva di più, uno di noi non sapeva del piano. Ricompensa? 25mila euro»
Un piano orchestrato all'ultimo, un bottino da 88 milioni di euro e un misterioso “regista” rimasto insoddisfatto del risultato. Emergono dettagli surreali dai verbali degli interrogatori dello scorso giugno relativi al clamoroso furto del secolo al Louvre. A tracciare la ricostruzione dell'operazione, come rivelato dal quotidiano francese Le Monde, sono i due principali sospettati: Abdoulaye N. e Ghelamallah A. Le loro confessioni davanti ai giudici inquirenti dipingono uno scenario ben lontano da quello di una banda di professionisti.
I verbali dell'interrogatorio
Ingaggiati a pochi giorni dal colpo, i due indagati hanno ammesso di essere stati reclutati da un intermediario non identificato soltanto pochi giorni prima del furto. Il compenso pattuito oscillava tra i 15.000 e i 25.000 euro a testa: una cifra molto bassa rispetto all'effettivo valore dei beni sottratti.
Prima dell'azione, la mente del colpo ha mostrato loro alcuni filmati della galleria, impartendo istruzioni precise: infrangere i vetri e fare tabula rasa di tutti i preziosi possibili. Tuttavia, emerge una totale asimmetria nella consapevolezza dei due complici. Mentre Abdoulaye N. sapeva perfettamente che l'obiettivo fosse il museo più visitato al mondo, Ghelamallah A. ha dichiarato agli inquirenti di essere convinto che si trattasse di un comune laboratorio orafo di Parigi.
La corona smarrita
I malviventi sono penetrati nella galleria utilizzando una piattaforma elevatrice camuffata da attrezzatura per le manutenzioni interne, forzando poi le teche blindate con degli utensili elettrici. «Quando siamo entrati non c'era nessuno. Era buio, solo le luci delle vetrine erano accese. In lontananza ho visto delle guardie muoversi dietro una porta», ha raccontato Abdoulaye N. ai magistrati. In otto minuti, la coppia è riuscita a dileguarsi a bordo di una motocicletta con alcuni storici gioielli della corona francese, tra cui diademi, collane e spille appartenuti a regine e imperatrici. Nella concitazione della fuga, la corona dell'imperatrice Eugenia è scivolata a terra, venendo recuperata poco dopo dalle forze dell'ordine nei pressi del museo.
Il mistero del mandante
Il resto della refurtiva è stato consegnato all'organizzatore del colpo, il quale, tuttavia, ha reagito con insoddisfazione. «Pensava che avremmo potuto prendere di più», ha confessato Abdoulaye. Nonostante le forti pressioni degli investigatori, l'identità della mente dietro il colpo resta avvolta nel mistero. Entrambi i detenuti si rifiutano di fare nomi per paura di pesanti ritorsioni. «Non sono certamente dei chierichetti», ha tagliato corto Ghelamallah A., rivelando il clima di pressione psicologica in cui si trovano: «Non ho subito minacce esplicite, ma ho ricevuto telefonate dall'esterno mentre ero in cella. Mi dicevano di stare zitto».
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