Funerali a giorni fissi, il sindaco critica la decisione. L'arciprete si difende: «Dobbiamo pensare a tutta la comunità»

ADRIA (ROVIGO) - «Davanti al dolore servono prima di tutto umanità e vicinanza». Il sindaco Massimo Barbujani, appresa dalle pagine del Gazzettino la decisione delle parrocchie di Adria di stabilire giorni e orari per la celebrazione dei funerali, apre una riflessione sul ruolo della comunità e della Chiesa nel momento più delicato per una famiglia. Il primo cittadino pone l’accento non tanto sulle difficoltà organizzative, quanto sulle modalità con cui queste vengono comunicate. «Sono stupito di quanto apprendo e interpellerò anche il vescovo Pierantonio Pavanello».

Celebrare i funerali solo in cattedrale significa, a suo avviso, disconoscere la storicità delle chiese della Tomba, di Carbonara e di San Vigilio.
«A quanto pare bisogna stare attenti anche a quando si decide di morire» ironizza, ma non tanto, il capogruppo della Bobosindaco Luca Trombini, commentando con amarezza una situazione che, a suo giudizio, rischia di apparire paradossale. «Posso comprendere le difficoltà e la carenza di sacerdoti, ma davanti alla morte e al dolore servirebbero prima di tutto sensibilità, umanità e vicinanza. Il funerale non è un appuntamento da inserire in calendario. La riforma rischia di dare l’immagine di una Chiesa sempre più distante dalle persone». È evidente per Trombini che ci siano problemi organizzativi e una carenza di sacerdoti, ma proprio nei momenti di maggiore sofferenza sarebbe necessario trovare un equilibrio. 

LA REPLICA

Non si è fatta attendere, però, la risposta di don Fabio Finotello, arciprete della cattedrale. In un intervento articolato, il sacerdote prova a chiarire le ragioni della riforma, ribadendo che il cambiamento non mette in discussione il rapporto con le famiglie né l'accompagnamento personale nel momento del lutto.
«Ovviamente non si decide quando si muore - precisa - ma si può tuttavia decidere quando celebrare una liturgia esequiale: è cosa normale, che facciamo già adesso».
Il punto, secondo il sacerdote, non sarebbe quello di ridurre l'attenzione verso chi ha perso una persona cara, ma di organizzare meglio il tempo dei sacerdoti, soprattutto in una realtà nella quale il loro numero è progressivamente diminuito. Don Fabio cita anche i numeri dell'ultimo anno. «Pochi sacerdoti hanno accompagnato circa 220 famiglie in condizioni di lutto. Un impegno che non si è limitato alla celebrazione del funerale: le famiglie sono state cercate, chiamate, incontrate e seguite nei giorni successivi alla morte del congiunto. Hanno fatto di tutto per arrivare a tutti. Non è facile. Non escludo che qualche volta non ce l'abbiano fatta».

L'IMPEGNO COMPLETO

Proprio da questa difficoltà nasce, nelle intenzioni della riforma, l'esigenza di stabilire tempi più precisi, evitando che l'organizzazione delle esequie finisca per essere determinata di volta in volta dalle emergenze. La riflessione di don Fabio va oltre il tema funerali. Il sacerdote invita infatti a guardare alla presenza della Chiesa nella città. «Il lutto rappresenta una delle situazioni nelle quali le persone hanno bisogno della presenza dei pastori, ma non è l'unica. Ci sono pecore smarrite in ogni età e condizione: bambini, ragazzi, giovani, persone sofferenti, poveri, uomini e donne alla ricerca di formazione o semplicemente di luoghi e occasioni per celebrare la vita».

È proprio sui giovani che don Fabio pone l'accento, con una considerazione destinata a far discutere. «La nostra città di seniores non pensa mai abbastanza a loro. La nuova organizzazione viene presentata come un tentativo di trovare un equilibrio tra la necessità di accompagnare le famiglie nel dolore e quella di garantire una presenza pastorale capillare nella comunità».