Fino alla prossima onda o pizza gommosa

Mentre parlo con M. e l’acqua ci sfiora le spalle, guardo le sue due figlie coraggiose, educate e bellissime sfidare le ultime onde della giornata. Il cielo arancio, e già un po’ viola, fa uscire le conversazioni che crediamo di poter lasciare lì, in acqua, con qualche frase strascicata che rimane in pineta mentre, pochi metri più in là, ci aspettano le ore di autostrada. Esco dall’acqua con il magone stropicciandomi la faccia e mangiando l’ultimo angolo di pizza rimasta, ormai gommosa, ma pur sempre lì pronta ad aspettarmi. Le frazioni di tempo come questa mi lasciano un po’ stordita: esiste un mondo dove due bambine nuotano senza sosta, a loro basta quello. Ed esiste anche un momento in cui poter vivere un’altra vita in quell’acqua, prima di venire via per tornare a qualcosa che non senti più tanto tuo. Sul muretto del bagno le mie nipoti A. e G. sono due piccole imprenditrici che, con le idee chiare e un ottimo gusto, creano bracciali, portachiavi, charms su misura: tutto è possibile, Tutto è ora e si può inventare, lo fanno sembrare davvero facile.

Quando ho smesso di ricordarmelo? Chiunque di noi ha quei momenti dove tutto dovrebbe bastare per sempre. Poche onde dopo, però, il sempre non ha più il sapore della pizza che ti ha aspettato fino alla fine.

Quando la redazione è vuota e il brusio dell’aria condizionata sparisce, fisso la formica bianca con impilati i giornali, i fogli scarabocchiati, i pennarelli e i pastelli sdentati (li uso per colorare durante i brainstorming, è un buon booster per idee): mi domando dove sia rotolata la giornata, che cosa abbiamo costruito su quel tavolo. Mi chiudo la porta alle spalle e quel momento si cristallizza lì, con i neon che si spengono e il vuoto ad animare gli oggetti.

Ritorno spesso all’acqua, a quel che mi attende fuori, agli zigomi superbi che ha quella costa toscana, alle ore di chilometri in moto, mentre penso a quanto vorrei un’app che trascriva i pensieri in modo coerente e immediato, prendendo davvero tutto di quelle curve a gomito verbali. Mi chiedo perché non riesco a mettere i puntini insieme e creare un disegno completo: perché le onde e l’infanzia, il tavolo di una fine giornata e le ore a girovagare in sella non portino lo stesso scenario finale. Quanti anfratti di vita possiamo vivere contemporaneamente? Dove stiamo davvero bene, e per quanto? Perché le giornate iniziano con una scelta di vita solida e finiscono con un gomitolo di scelte sbagliate, chiamate non volute, voci che non hanno alcun senso nell’esistenza che abbiamo immaginato in quell’acqua di una tarda domenica?

Ci sarà mai un punto di non ritorno, uno di quelli in cui invece di puntare alla riva farò come quelle bimbe, resterò a prendermi l’onda successiva, e poi un’altra ancora, fino a non interessarmi più dell’ora che mi vedrà a casa, in attesa del lunedì? Ricordo che le relazioni peggiori franavano sempre nello stesso punto: in un deserto tunisino tutto ci proiettava nella vita delle vite. Atterrati a Milano il primo errore di comunicazione ci presentava l’addio di quella coppia che credeva di esistere. Altre volte ancora, all’apice dell’adrenalina avrei cristallizzato il tempo, avrei investito tutto in quel momento specifico. Al primo scossone d’autunno, e alle prime fatture arrivate in ritardo, il cristallo già non esisteva più.

In estate è facile: si fa sempre quel giochino perverso del “d’ora in poi”, in cui il buon proposito di lasciare tutto o cambiare un po’ di cose sembra stare in piedi. Poi qualcosa traballa e ci riporta a casa. Ogni tanto però anche le case, non per forza di mattone, diventano delle sconosciute con cui svanisce la confidenza. E il desiderio di mutare, ben oltre l’estate, si fa strada. Come la prossima onda.

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