Fino a che età posso chiedere il congedo parentale?
Guida completa ai congedi parentali: figli fino a 14 anni, maternità, paternità e indennità all’80%. Tutte le novità della Legge di Bilancio.
Il tema dell’equilibrio tra la carriera e gli affetti è da sempre al centro del dibattito pubblico italiano. Con l’ingresso del nuovo anno, molte famiglie si interrogano su come gestire la presenza in casa senza sacrificare lo stipendio o il posto di lavoro. Le recenti modifiche normative hanno cercato di dare una risposta più ampia a questa esigenza, allungando i tempi della protezione legale. Una delle domande più frequenti che i genitori pongono ai consulenti del lavoro è proprio: fino a che età posso chiedere il congedo parentale? La risposta non è solo un numero, ma un insieme di opportunità che riflettono una nuova visione della genitorialità, più inclusiva e attenta alle diverse fasi di crescita del bambino. La legge di Bilancio 2026 ha infatti introdotto novità che spostano l’asticella della tutela oltre i limiti conosciuti in passato, cercando di garantire che la conciliazione tra vita e lavoro non sia solo uno slogan, ma una realtà accessibile. In questo scenario, il supporto dello Stato diventa fondamentale per permettere ai genitori di essere presenti nei momenti decisivi dello sviluppo dei propri figli, anche quando questi iniziano ad affrontare l’adolescenza.
Indice
- Cosa cambia per i limiti di età nel congedo parentale?
- Quali sono le regole attuali per il congedo di maternità?
- Come funziona il congedo di paternità obbligatorio?
- Quanto tempo possono restare a casa i genitori con il congedo facoltativo?
- A quanto ammonta lo stipendio durante il congedo parentale?
- Quali tutele speciali esistono per i figli con handicap grave?
- Come funziona la sostituzione dei dipendenti in congedo?
Cosa cambia per i limiti di età nel congedo parentale?
La novità più rilevante introdotta dalla legge di Bilancio 2026 (l. 199/2025) riguarda l’estensione temporale dei congedi parentali facoltativi. Fino a poco tempo fa, i genitori potevano astenersi dal lavoro per assistere i propri figli fino al compimento del dodicesimo anno di età. Con la nuova riforma, questo limite è stato elevato di due anni, portando la soglia massima a quattordici anni. Questo significa che anche i genitori di ragazzi che frequentano le scuole medie possono ora usufruire dei periodi di astensione facoltativa, un’esigenza sentita soprattutto in quella fase di transizione delicata che è la prima adolescenza.
È importante sottolineare un dettaglio tecnico fondamentale chiarito dall’ente previdenziale (messaggio Inps 251/2026): il nuovo limite di quattordici anni è operativo esclusivamente per i periodi di congedo fruiti a partire dal 1° gennaio 2026. Se un genitore ha utilizzato il congedo nel corso del 2025, il limite di riferimento restava quello dei dodici anni. Questa estensione non riguarda solo i figli biologici, ma si applica con la stessa logica anche ai casi di adozione nazionale o internazionale e di affidamento. In queste situazioni, il congedo è fruibile fino al quattordicesimo anno dall’ingresso del minore in famiglia, a condizione che il soggetto non abbia già raggiunto la maggiore età. Questa flessibilità permette di supportare l’integrazione del minore nel nuovo nucleo familiare, rispettando tempi che spesso non coincidono con quelli della nascita biologica.
Quali sono le regole attuali per il congedo di maternità?
Nonostante l’apertura ai congedi facoltativi più lunghi, l’impianto del congedo obbligatorio per maternità resta ancorato a principi di tutela della salute molto rigidi. La legge continua a vietare categoricamente l’impiego della donna al lavoro durante i due mesi precedenti la data presunta del parto e nei tre mesi successivi. Questo periodo di cinque mesi rappresenta una garanzia per la gestante e per il nascituro che il datore di lavoro non può ignorare. Tuttavia, esiste una certa flessibilità operativa: la lavoratrice ha la facoltà di scegliere come distribuire questi cinque mesi.
Oggi è possibile scegliere di lavorare fino al momento del parto e astenersi interamente nei cinque mesi successivi. Per fare ciò, però, non basta la volontà della madre. È necessario che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale e il medico competente aziendale certifichino che questa scelta non pregiudichi la salute della donna o del bambino. La protezione della maternità si estende anche sul fronte della stabilità lavorativa: vige infatti il divieto di licenziamento dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino. In questo periodo, la lavoratrice non può essere sospesa, nemmeno in caso di ricorso alla Cassa integrazione, a meno che l’intera attività dell’azienda o del reparto specifico non venga interrotta. Chi viola queste norme rischia sanzioni amministrative pesanti, che variano tra i 1.032 e i 2.582 euro.
Come funziona il congedo di paternità obbligatorio?
Anche la figura del padre ha acquisito nel tempo diritti sempre più definiti, volti a favorire una parità di genere reale nella cura dei figli. Il padre lavoratore dipendente ha diritto a un periodo di congedo obbligatorio di dieci giorni lavorativi. Questi giorni non sono frazionabili a ore e devono essere utilizzati nell’arco temporale che va dai due mesi precedenti il parto ai cinque mesi successivi alla nascita. Si tratta di un diritto autonomo rispetto a quello della madre, pensato per permettere al padre di essere presente fin dai primi istanti di vita del neonato.
Un’importante evoluzione giuridica ha riguardato l’estensione di questo diritto. Seguendo l’orientamento della Corte costituzionale (sentenza 115/2025), il congedo obbligatorio di paternità è stato riconosciuto anche alla lavoratrice che sia “genitore intenzionale” all’interno di una coppia di donne, qualora entrambe risultino genitori nei registri dello stato civile. Oltre al congedo obbligatorio, esiste poi il congedo alternativo. In questo caso, il padre può astenersi dal lavoro per tutta la durata del congedo di maternità o per la parte residua che sarebbe spettata alla madre. Questo accade solo in situazioni eccezionali e gravi, come:
- morte o grave infermità della madre;
- abbandono del bambino da parte della madre;
- affidamento esclusivo del figlio al padre.
Quanto tempo possono restare a casa i genitori con il congedo facoltativo?
Entrando nel dettaglio dei tempi, il sistema italiano prevede dei massimali che variano a seconda di chi fruisce del congedo. La madre può richiedere un massimo di sei mesi di astensione. Per il padre la regola è simile, con un limite di sei mesi che però può essere elevato a sette se il genitore decide di astenersi per un periodo continuativo o frazionato di almeno tre mesi. Questo meccanismo di “premialità” serve a incentivare la presenza paterna in famiglia.
In totale, la coppia di genitori non può superare un tetto complessivo di dieci mesi di congedo parentale. Tuttavia, se il padre sfrutta il bonus del settimo mese, il limite totale della coppia sale a undici mesi. Queste ore o giorni di assenza possono essere distribuiti, come visto, fino al quattordicesimo anno di vita del bambino (l. 199/2025). Si tratta di un monte ore prezioso che i genitori devono gestire con attenzione, sapendo che rappresenta una riserva di tempo da utilizzare per malattie, inserimenti scolastici o semplicemente per necessità educative che si presentano nel lungo periodo della crescita.
A quanto ammonta lo stipendio durante il congedo parentale?
Uno dei nodi principali per le famiglie riguarda l’aspetto economico, poiché stare a casa spesso comporta una riduzione della retribuzione. La normativa del 2026 conferma un sistema di indennità differenziate. Di base, a ciascun genitore spetta un’indennità pari al 30% della retribuzione per un periodo di tre mesi, che non è trasferibile all’altro genitore. Questo significa che se un genitore non usa i suoi tre mesi, quella quota di indennità va perduta.
Tuttavia, esiste una tutela rafforzata per i primi anni di vita del bambino. Fino al compimento del sesto anno di età, i genitori possono beneficiare, in alternativa tra loro, di un’indennità elevata all’80% della retribuzione. Questa maggiorazione è prevista per una durata massima complessiva di tre mesi tra entrambi i genitori. In pratica:
- un genitore può fruire dell’80% per tutti i tre mesi, lasciando all’altro solo la quota al 30%;
- i genitori possono dividersi i tre mesi all’80%, ad esempio un mese e mezzo a testa;
- superati i tre mesi totali all’80%, o superato il sesto anno di vita del bambino, l’indennità torna alla misura standard del 30%;
- il pagamento di queste somme è solitamente anticipato dal datore di lavoro per conto dell’Inps.
Quali tutele speciali esistono per i figli con handicap grave?
La legge mostra una sensibilità particolare per le famiglie che devono affrontare la gestione di un minore con disabilità. Per ogni figlio che si trovi in una situazione di handicap grave, la madre o il padre hanno diritto a un prolungamento del congedo parentale. In questi casi, l’astensione può arrivare fino a un massimo di tre anni complessivi, da utilizzare sempre entro il compimento del quattordicesimo anno di vita (l. 199/2025).
Esistono però delle condizioni precise per accedere a questo prolungamento. Il beneficio è concesso a patto che il bambino non sia ricoverato a tempo pieno presso istituti specializzati. L’unica eccezione a questa regola si verifica quando sono gli stessi sanitari della struttura a richiedere la presenza costante del genitore per supportare il minore. Questa norma riconosce il valore insostituibile della presenza dei genitori nel percorso di cura e assistenza di un figlio con fragilità, garantendo un tempo molto più lungo rispetto a quello previsto per la generalità dei casi, cercando di evitare che la gravosità dell’assistenza porti all’abbandono del posto di lavoro.
Come funziona la sostituzione dei dipendenti in congedo?
Dal punto di vista delle aziende, l’assenza di un genitore per lunghi periodi rappresenta una sfida organizzativa. Per questo motivo, la legge di Bilancio 2026 ha introdotto agevolazioni per i datori di lavoro che devono rimpiazzare temporaneamente il personale in congedo. L’azienda ha la possibilità di assumere una persona con un contratto a termine per il periodo della sostituzione. Il contratto scade naturalmente al rientro del lavoratore titolare del posto.
Una novità importante riguarda il periodo di affiancamento. Per garantire un passaggio di consegne efficace e non interrompere la produttività, il datore di lavoro può far lavorare insieme il sostituto e il genitore che sta per assentarsi (o che sta rientrando). La nuova legge consente di prolungare questo affiancamento fino a quando il bambino non compie un anno di età. Inoltre, per venire incontro alle piccole realtà, se il datore di lavoro ha meno di venti dipendenti, può usufruire di uno sgravio contributivo del 50% sui contributi previdenziali dovuti per il lavoratore assunto in sostituzione. Questa misura riduce il costo del lavoro per la piccola impresa e favorisce l’inserimento di nuove persone, seppur a tempo determinato, nel mercato del lavoro.