Femminicidio, la parola più cercata. Chi lo nega non vuole affrontarlo
Sul portale della Treccani è in cima alle consultazioni. Forse la politica è responsabile

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Roma, 19 agosto 2026 – Sembra che la parola “femminicidio” sia la parola più ricercata sul portale della Treccani. Poiché mi pare impossibile che ancora ne sfugga il significato, temo che ci sia qualcosa di morboso, forse scatenato dalle recenti negazioni pubbliche del fenomeno. D’altra parte, se chi ha gli strumenti amministrativi e legislativi per porre rimedio ne ammettesse l’esistenza, poi dovrebbe anche impegnarsi per trovare una soluzione. Dunque una facile equazione, ma spero di sbagliarmi, è: nego il problema per non dovermene assumere la responsabilità. Circa le ennesime morti di donne per mano di ex compagni, avvenute in questi ultimi giorni, pare che finalmente rappresentanti di forze politiche di vari schieramenti, non tutte, va detto, si siano resi conto che questo è un fallimento che riguarda tutti, in ogni settore, specialmente nei casi in cui le vittime si erano già rivolte alle forze dell’ordine per denunciare precedenti violenze.
Non c’è donna, a prescindere dall’età e dal luogo in cui vive, che cammini per strada senza ansia addosso, col terrore che da un momento all’altro qualcuno ti aggredisca, giusto per esercizio di forza e arroganza. Ci troviamo costrette a uscire in gruppo, a chiedere di essere accompagnate, scortate. Spesso, per non disturbare, rinunciamo a uscire di casa. Non era mai successo. Evidentemente, intervenire a tragedia avvenuta, serve a poco. Che l’omicida in questione finisca in galera non ci fa sentire più sicuri e nemmeno ci conforta nell’idea che giustizia sia stata fatta. In un mondo e una società più giusti si agirebbe a monte, si cercherebbe di prevenire. Introducendo l’educazione affettiva nelle scuole, per esempio.
C’è un folto sottobosco di uomini, specialmente giovanissimi, che ogni giorno scende nelle profondità del deep web e intasa forum e community di Incel (celibi involontari) e “invisibili”, dei seguaci della Manosfera. Luoghi virtuali dove rabbia, frustrazione e senso di esclusione sono reali e si moltiplicano, complice l’anonimato della rete. Trasformano questi sentimenti in odio sociale e rancore ideologico. Costruiscono un senso identitario attraverso l’individuazione di un nemico comune: le donne. Credono alla delirante teoria del 20/80, che sostiene che l’80% delle donne sia attratto esclusivamente dal 20% degli uomini più attraenti, dominanti o di alto status, lasciando il restante 80% degli uomini escluso dalla sfera affettiva.
Dunque vanno punite. Sembra la trama di un film distopico di serie B eppure accade costantemente. Percentuali sempre più alte di giovani (e adulti) intercettano e condividono questo materiale tramite i social. Al centro ci sono sempre la donna e il suo corpo, desiderato, soppesato, oltraggiato. Nei casi più “innocui” abbiamo episodi come lo stupido body shaming verso la campionessa medaglia d’oro agli europei di ginnastica artistica. Nel peggiore, piangiamo un’altra vittima. Indossiamo scarpe rosse e partecipiamo all’ennesima fiaccolata. Fino a quando?
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