Famiglia, campi e condivisione: la scuola agraria in Brasile dove non si crea rassegnazione

Nel paese esistono 155 scuole come “A Partilha”, con 80mila famiglie coinvolte. Una parte delle spese è coperta dai governi statali, il resto viene da donazioni o produzione propria. L’agricoltura familiare è la base dell’economia di nove comuni su dieci. Senza scuole simili, i figli dei contadini poveri dell’entroterra hanno davanti un’unica strada: il lavoro bracciantile non qualificato

Aliegi ha sedici anni e studia all’Escola Técnica Família Agrária “A Partilha” (ETFAP), nel comune di Pojuca, nello stato di Bahia. A chi le chiede che cosa voglia fare da grande, risponde: «Non mi piace l’agricoltura. Voglio diventare neurochirurgo». Pojuca è una località a settanta chilometri da Salvador, nell’entroterra bahiano. Una strada di terra di un rosso acceso contro il verde della vegetazione e il blu del cielo, porta fin qui. Nulla di più lontano dalla lindore di una sala operatoria sterilizzata. Eppure Aliegi dice: «Neurochirurgo».

La scuola sorge su un terreno di 400 ettari che comprende foresta vergine, coltivazioni di eucalipto, otto laghi naturali. Galline, maiali, due pecore, due mucche e un vitello. Mais, manioca, ortaggi, maracujá, jenipapo. Il clima è rilassato. I ragazzi arrivano da comuni rurali sparsi nello stato – alcuni a più di duecento chilometri di distanza – e restano qui due settimane al mese. La notte la passano nei dormitori, poi seguono le lezioni e lavorano la terra.

Quando tornano a casa, nelle fattorie dei genitori, mettono in pratica quello che hanno imparato. Si chiama pedagogia dell’alternanza: una forma di scuola che non strappa i figli dalla terra ma li forma attraverso di essa, nata in Francia nel 1935 e arrivata in Brasile negli anni Sessanta. «È come una grande famiglia», dicono quasi tutti i ragazzi. Potrebbe sembrare uno slogan, ma l’atmosfera sembra confermarlo – con i conflitti inevitabili di chi convive ventiquattro ore su ventiquattro. Ed è proprio in quella convivenza imperfetta che si forma qualcosa: una comunità educante.

Scuola di condivisione

Ogni mattina, prima delle lezioni, gli studenti della ETFAP si riuniscono per la mística – un momento di riflessione collettiva che scandisce l’inizio della giornata. Nel luogo dove ci si raduna c’è una frase scritta sul muro. È dell’abbé Pierre, il sacerdote francese fondatore del movimento Emmaüs: «L’ingiustizia non è la disuguaglianza, è il non-condividere». La scuola si chiama, non a caso, “A Partilha”, in portoghese, “La Condivisione”.

Giorgio Vaccari, presidente della Fondazione Franco Gilberti che dà vita alla scuola, è nato a Milano nel 1950. Arriva in Brasile da giovane, trascorre anni in Amazzonia a contatto con le popolazioni più marginalizzate del paese, poi raggiunge Salvador. Il centro di solidarietà porta il nome di un imprenditore milanese, Franco Gilberti: alla sua morte la moglie Maria Teresa aveva scelto di onorarne la memoria sostenendo un’opera a favore dei più poveri. È in quel solco che Giorgio arriva a Salvador nel 1988 e comincia a lavorare con i ragazzi di strada. Con Lusenice Rodrigues (o Zeninha, come si fa chiamare), li accoglie, vive con loro per trent’anni.

Agli inizi degli anni Duemila la Diocesi di Milano aveva dedicato la raccolta quaresimale all’acquisto del terreno che doveva servire al mantenimento del centro e dare un’occasione di lavoro ai ragazzi di strada. Quel terreno è diventato la Partilha. «Non sono tanto le parole che si dicono», dice Giorgio, «è la convivenza che cambia le persone. Giorno per giorno vedersi, parlarsi, stare a fianco dell’altro».

Era un lavoro necessario. Ma non intaccava le cause: quei ragazzi erano i figli dei figli dei piccoli agricoltori dell’entroterra, che convinti di trovare in città un futuro migliore, finivano tra i senza niente. Era anche da quel movimento, da quella trappola, che nasceva il fenomeno dei meninos de rua. Nel 2020, dopo anni di preparazione, è nata la “Partilha”. La prima classe si è diplomata nel 2023. Oggi gli studenti sono circa duecento.

«Se fosse stato solo per offrire un insegnamento di materie che preparino questi ragazzi al lavoro dei campi, non avremmo mai cominciato», spiega Giorgio. Il punto è trasmettere uno stile di vita, la consapevolezza che la vita è un dono che va messo a frutto. A tenere le fila del progetto didattico è una piccola equipe di insegnanti giovani (nessuno supera i quarant’anni, alcuni neolaureati) con competenze all’avanguardia. Alcuni sono legati all’Aba, l’Associazione Brasiliana di Agroecologia, che promuove l’idea dell’agriforesta: una sorta di mix sapiente tra giardino all’inglese, foresta tropicale e campo coltivato, dove alberi da frutto, colture e vegetazione spontanea convivono, il suolo si rigenera, e il confine tra coltivato e selvatico si assottiglia.

L’agricoltura familiare

In Brasile esistono 155 scuole come questa, presenti in 22 stati con 80mila famiglie coinvolte. Tutte funzionano grazie a un sistema misto: una parte delle spese è coperta dai governi statali attraverso un convênio, un accordo che si rinnova periodicamente; il resto viene da donazioni, produzione propria, solidarietà locale e internazionale.

In Brasile l’agricoltura familiare è la base dell’economia di nove comuni su dieci e impiega due terzi dei lavoratori rurali. Senza scuole come questa, i figli dei contadini poveri dell’entroterra hanno davanti un’unica strada: il lavoro bracciantile non qualificato, o la città. Il diploma di perito agrario cambia i termini del problema – permette di gestire un’azienda, accedere al credito, restare con strumenti in mano. Ma c’è qualcosa che i numeri non catturano: la possibilità di re-innamorarsi del proprio mondo. Di trovare ragioni per restare che non siano la rassegnazione, ma la scelta.

La “Partilha” tutto questo lo fa, o ci prova, con i mezzi che ha. Che non sono mai abbastanza. «Viviamo così», dice Zeninha, che della scuola è anche la direttrice. «Sempre con l’acqua alla gola». Non c’è mai stata una riserva per le emergenze. Quando la pompa del pozzo artesiano si rompe, i soldi vanno trovati in poche ore. Da otto anni c’è un tetto da costruire per proteggere un impianto di depurazione: i fondi non ci sono ancora. Non è trascuratezza: è la matematica di chi sa che i conti non tornano, e va avanti lo stesso.

Ma alla Fondazione sanno che non tutto dipende loro. La fragilità di queste scuole è legata anche dal quadro politico. Tra il 2019 e il 2022, durante il governo Bolsonaro, il principale programma federale per l’istruzione nelle aree rurali – il PRONERA, che in oltre vent’anni aveva scolarizzato 192mila contadini – è stato cancellato con un decreto. In quattro anni quel governo ha tagliato 2,39 miliardi di reais all’istruzione pubblica. Tra il 2000 e il 2024 il Brasile ha perso 111mila scuole rurali. Con Lula è cominciata una lenta ricostruzione, ma i danni non si riparano in un mandato.

Il 4 ottobre si vota in Brasile. Presidente della Repubblica, Congresso, governatori di tutti gli Stati. In Bahia il governatore uscente Jerônimo Rodrigues, del Partito dei Lavoratori, cerca la rielezione contro ACM Neto, espressione del centrodestra bahiano. Le rilevazioni più recenti mostrano Jerônimo Rodrigues in difficoltà. Zeninha non fa nomi né analisi elettorali. Dice solo: «Siamo nelle mani di Dio». Lo dice con la stessa voce con cui racconta la pompa rotta e il tetto che manca, non come rassegnazione, ma con la lucidità di chi ha imparato a fare i conti con ciò che non controlla.

Aliegi vuole fare il neurochirurgo. Non sa ancora se ci riuscirà – la strada è lunga, le borse di studio sono poche. Sa però che senza la “Partilha” quella possibilità non avrebbe potuto nemmeno immaginarla. Che l’agricoltura non le piaccia è, in fondo, la prova che la scuola funziona: non produce rassegnazione, produce persone libere di scegliere dove vogliono andare.

*Luca Fiore è presidente dell'Associazione Amici della Fondazione Franco Gilberti, che dal 1996 sostiene la Escola "A Partilha" di Pojuca.

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