Fakir e la pozza di sangue a terra. I polmoni pesavano il doppio per un’emorragia da schiacciamento
Una chiazza di sangue sull’asfalto, fuoriuscito dalla bocca spalancata di Abderrahim Fakir quando ormai era già morto, e i suoi polmoni talmente pieni di sangue da pesare il doppio del normale. Questi due dati - il primo emerso da una testimonianza video, il secondo in sede di accertamenti autoptici - danno contezza di quanto l’emorragia interna sia stata massiva ed estesa. Nel nuovo filmato choc circolato ieri, e immortalato da uno dei residenti del quartiere Pilastro di Bologna, si vede infatti il momento in cui alcuni agenti della polizia scientifica tolgono il telo di plastica con cui era stato coperto il cadavere del 42enne di origini marocchine, disteso supino a terra, nel punto in cui era morto. Si vede una grossa chiazza di sangue vicino alla nuca. Altri rivoli rossi rigano il viso. Il sangue ha continuato a scorrere dalla bocca sul tavolo settorio anche durante l’autopsia. A causare l’emorragia, considerato l’abbondante versamento di sangue che è risalito dai bronchi alla trachea fino a soffocare la vittima, non può che essere - secondo gli esperti - una compressione prolungata degli organi vitali, durata ben 5 minuti.
«ARIA, MUOIO»
I due poliziotti di 23 e 28 anni del commissariato Bolognina-Pontevecchio, intervenuti la scorsa domenica mattina per “contenere” l’uomo che dava in escandescenza a causa probabilmente di una crisi psichiatrica, lo hanno costretto pancia a terra e si sono messi a cavalcioni su di lui, comprimendogli l’addome e la cassa toracica, mentre gli legavano mani e piedi con delle fascette. E questo si vede chiaramente in uno dei video girati dai residenti. Il 42enne continua a dimenarsi attaccandosi a una gamba di un agente. È in quel momento che gli spruzza lo spray al peperoncino. Fakir si lamenta, implora aiuto: «Ahia! Basta, muoio!». Ma i poliziotti non si spostano, e con il loro peso continuano a schiacciarlo. «Aria, aria! Mi uccidete!», si lamenta lui, con sempre meno fiato. Proprio l’impossibilità di far espandere la cassa toracica avrebbe causato l’emorragia: la pressione forte sul petto spinge il sangue delle vene a tornare indietro, fino a riempire i polmoni e a soffocare la vittima. A un certo punto della sequenza, Fakir non parla più, non si muove più. Tanto che uno dei poliziotti lo rigira supino e dice: «Ma sta respirando?». Poi chiede l’intervento degli operatori della Croce rossa, che avevano assistito all’ammanettamento senza ammonire gli agenti dei rischi connessi a una simile manovra di contenimento, pur sentendo l’uomo lamentarsi della mancanza di ossigeno. Secondo i sanitari, quando sono intervenuti, Fakir respirava ancora, ma ancora per poco. Gli hanno praticato il massaggio cardiaco e poi applicato il defibrillatore, che non faceva partire la scarica elettrica perché i parametri vitali erano troppo compromessi.
LE REAZIONI
«Prima di essere sbattuto per terra, il volto e la testa di Fakir erano integri - precisa l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia della vittima, commentando il video registrato dalla finestra di uno degli appartamenti di via Svevo- Non lo so se il sangue viene dalla testa, so solo che i polmoni sono pieni di sangue. La cocaina non provoca tutto questo. Fakir è morto per una asfissia posturale meccanica violenta, da compressione». Il fatto che non ci fossero costole fratturate, non escluderebbe tale compressione. «Certamente Fakir si procura due tagli netti nella nuca, nel momento in cui cerca di sfuggire alla presa del poliziotto, che provocano quella piccola gora di sangue sotto al suo capo - replica l’avvocato Gabriele Bordoni, legale dei due poliziotti iscritti nel registro 45-bis della Procura di Bologna con l’ipotesi di omicidio colposo insieme ai 4 sanitari - Poi c’è una parte di compromissione cromatica data dallo spray al peperoncino, che ha un colore rossastro, ma il sangue vero sono quelle poche gocce».
«La morte di Fakir sembra conseguire a un'azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo immobilizzano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto, col concorso di un terzo cittadino. Un'azione vietata dagli stessi protocolli di polizia». Lo scrive, sui social, l'ex presidente del Tribunale di Bologna, Francesco Maria Caruso, che in passato ha gestito, tra gli altri, anche il caso di Federico Aldrovrandi. «Inoltre emerge l'evidente condizione di infermità psichica in cui si trovava la vittima. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l'azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà - aggiunge il magistrato - lasciando spazio al personale medico, non intervenuto in questo caso nonostante ve ne fosse stato il tempo».
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