Ex Ilva, parte lo stop dell'area a caldo: dal governo un decreto per tutelare i lavoratori. Cosa succede ora


Acciaierie d’Italia ferma le attività a Taranto, dove c’è stata l’ultima colata di ghisa dall’altoforno 2, dopodiché l’impianto è stato messo in preriscaldo senza produrre. Adesso si accinge a fermarle dal 15 novembre a Genova e a Novi Ligure e il Governo ha pronto un nuovo decreto legge per fronteggiare la situazione. Prevede 80 milioni per finanziare la cassa integrazione in deroga per i lavoratori delle imprese dell’indotto-appalto e altri 45 per assicurare l’integrazione economica della cassa straordinaria per il personale delle amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie. Copertura assicurata sino a giugno. Ma il Governo valuta anche una norma ad hoc per salvare gli altiforni in attesa del responso della Corte di Cassazione. 

Gli interventi vengono annunciati nel vertice svoltosi ieri sera a Palazzo Chigi tra sindacati e Governo. Per quest’ultimo c’erano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, i ministri del Lavoro, Marina Calderone, delle Imprese, Adolfo Urso, dell’Economia, Giancarlo Giorgetti – che era videocollegato – e il sottosegretario alla presidenza con delega al Sud, Luigi Sbarra. La fermata che Acciaierie ha comunicato alle istituzioni locali ha sollevato diverse proteste. Per Taranto, Acciaierie scrive così: «È in corso la sospensione di tutte le attività produttive degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto nei termini già indicati nella documentazione prodotta dalle note dei gestori e, puntualmente, dal cronoprogramma delle attività di hot stand-by dell’area a caldo, oltre che nel rispetto di quanto prescritto nella nota Mase. Si precisa – è detto nella lettera – che nei periodi transitori di sospensione di tutte le attività produttive degli impianti dell’area a caldo con hot stand-by, potrebbero verificarsi emissioni transitorie visibili che sarebbero in ogni caso monitorate con i sistemi esistenti (SME, monitoraggio torce, videosorveglianza). A valle del periodo transitorio, rimarranno attivi i sistemi di monitoraggio».

AdI, dice il governatore pugliese Antonio Decaro, «si affretta ad annunciare l’attivazione della cassa integrazione dei lavoratori». Si tratta, rileva Decaro, di «un tempismo che ha il solo effetto di aggravare la tensione in una situazione già drammatica e che rischia di ricadere solo sui lavoratori e sui territori dove lavorano». E il sindaco Piero Bitetti sottolinea: «Una decisione di questo tipo era prevedibile, ce l’aspettavamo, ma non nei termini e nei tempi adottati da Acciaierie d’Italia. In questo modo – prosegue Bitetti – la tensione caricata sui destini dei lavoratori, diretti e dell’indotto, è eccessiva e non favorisce la composizione di un percorso che avevamo immaginato più lineare. AdI e il Governo stanno facendo precipitare la situazione qui, dove queste persone vivono e hanno costruito le loro prospettive, lasciando sole le istituzioni locali». Protestano anche il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano, e la segretaria provinciale del Pd, Anna Filippetti. Molto critici anche i sindacati per il fatto che non è stato presentato nessun piano per il rilancio e la decarbonizzazione della fabbrica, così come sono ancora allo studio le ulteriori misure per i lavoratori: riconoscimento del lavoro siderurgico come usurante e dell’esposizione all’amianto, nonché prepensionamenti e incentivi economici all’esodo volontario.

Dario Iaia di FdI attacca Bitetti: «Bitetti ormai ha perso il senso della realtà. Di fronte alla gravissima situazione dell’ex Ilva, continua a scaricare sul Governo responsabilità che non gli appartengono, dimenticando le scelte e le posizioni assunte dalla sua stessa amministrazione. Bitetti dovrebbe ricordare che è stato lui a far saltare l’accordo con Baku Steel, opponendosi alla soluzione della nave gasiera fuori rada».

Gli impianti siderurgici si fermano per una doppia situazione: si sta avvicinando la scadenza dei 90 giorni del decreto del 27 luglio della Corte d’Appello di Milano che dispone la fermata dell’area a caldo a Taranto, e sono nel frattempo terminate le materie prime. Il decreto di Milano è esecutivo. Può essere fermato solo se con l’udienza del 20 ottobre la Corte di Cassazione, che deve esaminare i ricorsi straordinari di Ilva e di AdI contro il decreto, lo annullasse definitivamente, oppure lo annullasse con rinvio. Ovviamente la pronuncia della Cassazione deve arrivare prima che scada il decreto dei giudici di Milano.

Annuncia Mantovano: «Uno dei punti che stiamo approfondendo non è tanto quello di sterilizzare del tutto il decreto della Corte d’Appello con una nuova norma, il che sarebbe giuridicamente impossibile, quanto evitare il rischio che la piena e totale esecuzione dell’ordine di spegnimento degli altiforni renda vana un’eventuale decisione della Cassazione che dovesse consentire ai forni di restare in attività. Stiamo quindi verificando – dice Mantovano – se ci sono i margini per non arrivare allo spegnimento completo affinché non si determini un pregiudizio completo agli impianti. Non si tratta di una norma di disapplicazione del decreto della Corte d’Appello – aggiunge – ma di una norma che consenta, qualora ci siano i margini dal punto di vista giuridico ed economico, di mantenere in riscaldo gli impianti fino a quando non c’è chiarezza sulla decisione della Corte di Cassazione».

Da lunedi 24 ore di sciopero nazionale in tutti gli stabilimenti Ex Ilva. Lo hanno annunciato i sindacati alla fine del tavolo a Palazzo Chigi con il governo.