Ex Ilva, il governo convoca sindacati e Federmanager. Area a caldo, ricorsi decisivi

Era nell’aria ed è arrivata. Sull’ex Ilva Palazzo Chigi ha convocato il Tavolo l’8 settembre alle 17.30 nella Sala Verde. La convocazione è partita dal capo di gabinetto del sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, ed è indirizzata alle sigle metalmeccaniche Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm, Usb, Ugl, nonché a Federmanager che rappresenta i dirigenti di azienda. Era stata la premier Giorgia Meloni ad annunciare alla vigilia dei Giochi del Mediterraneo, e rispondendo attraverso il prefetto di Taranto a sindacati e associazioni delle imprese, che alla ripresa di settembre sarebbero stati convocati sia il Tavolo sull’ex Ilva che quello per Taranto.E sempre per quel giorno, alle ore 16, è stato convocato il Tavolo Taranto sulle prospettive della nuova industrializzazione. 

In corsa per l’ex Ilva ci sono al momento quattro soggetti: il gruppo siderurgico indiano Jindal che ha presentato un’offerta vincolante comprensiva di area a freddo e area a caldo; il fondo americano Flacks Group che però appare abbastanza defilato; quindi, più recenti in ordine di arrivo, le manifestazioni di interesse degli acciaieri italiani guidati da Federacciai (ci sono tra gli altri Arvedi, Marcegaglia, Duferco e Acciaierie Venete) e del gruppo ceco CE Industries. La cordata guidata da Federacciai è interessata solo all’area a freddo che è a valle di altiforni e acciaierie e che comunque, pur essendo libera da vincoli giudiziari, necessita di investimenti per essere ripristinata e riattivata. L’incontro a Palazzo Chigi arriva alla vigilia di una scadenza importante: l’udienza alla Corte d’Appello di Milano (è in programma il 9) per discutere l’istanza di sospensiva che le amministrazioni straordinarie di Acciaierie e di Ilva hanno presentato relativamente al decreto di luglio della stessa Corte d’Appello. Provvedimento che obbliga l’azienda a fermare l’area a caldo, poiché inquinante, entro 90 giorni. Praticamente entro la fine di ottobre. È il 16 settembre la data ultima per evitare la fermata dell’area a caldo a seguito del decreto della Corte, scrive Acciaierie d’Italia nell’istanza di sospensiva.

E la Corte (sezione specializzata in materia di impresa, presieduta da Giuseppe Ondei), oltre a fissare l’udienza per le 14.30 del 9 settembre, ha inoltre fissato alle 12 del 7 il termine per la costituzione in giudizio e ha rigettato “la richiesta di provvedere inaudita altera parte” (cioè senza aver udito l’altra parte, richiesta formulata da AdI) “stante la celere fissazione dell’udienza, tale da permettere l’emanazione del provvedimento entro il termine indicato dalla stessa parte ricorrente”.

Il presidente Lorenzo Orsenigo è stato nominato relatore dal presidente Ondei. Nell’istanza di sospensiva, Acciaierie evidenzia la necessità di “scongiurare il concretizzarsi di pregiudizi gravissimi ed irreversibili”. Per la società, è infatti “pacifica la sussistenza di un gravissimo” pericolo a seguito di una decisione in ritardo e questo “rende certamente imprescindibile e urgente la sospensione dell’esecutività e/o dell’esecuzione del decreto”. Inoltre, afferma l’azienda, “l’urgenza è tale da non consentire di attendere nemmeno i tempi ordinari necessari a instaurare il contraddittorio con le controparti, pena la consumazione definitiva e irreversibile del danno. Come illustrato nella relazione tecnica di Rina, alla luce del piano di spegnimento degli impianti e del relativo cronoprogramma, superata la data del 16 settembre 2026 - giorno in cui inizierà il procedimento (irreversibile) di raffreddamento naturale dell’altoforno 2 e dei relativi cowpers - non sarà più possibile riavviare gli impianti dello stabilimento senza che gli stessi subiscano danni irreversibili”. Nella sua istanza, Ilva, invece, sostiene che “la chiusura dell'area a caldo determinerebbe la totale vanificazione delle decisioni assunte dal legislatore e dal Governo, nonché la dispersione di ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni al fine di garantire la continuità produttiva e la salvaguardia dei livelli occupazionali del comparto”.

Inoltre, afferma Ilva, “la cessazione definitiva dell'attività produttiva dell’area a caldo priverebbe il Paese di una capacità industriale di carattere strategico e non sostituibile per l'intero sistema produttivo nazionale. Tale profilo non attiene a una mera valutazione di convenienza economica, bensì assume rilievo primario sotto il profilo dell’economia nazionale”.

Va detto che sia Ilva che Acciaierie hanno anche distintamente presentato un ricorso straordinario alla Corte di Cassazione con il quale chiedono di “cassare” il decreto della Corte d’Appello, ma poiché per la pronuncia della Suprema Corte si prefigurano tempi molto lunghi, ecco che l’istanza di sospensiva alla stessa Corte d’Appello punta ad ottenere un risultato più immediato. Intanto, non ci sono particolari novità per l’indotto. Dal fronte Aigi confermano il ricorso ai licenziamenti collettivi come conseguenza del decreto di fermata ma i provvedimenti dovrebbero essere ufficializzati solo domani, alla conclusione (che avverrà stasera) dei Giochi del Mediterraneo.

Per vie informali tale comunicazione è stata data anche ai sindacati. Infine, il ministero dell’Ambiente, con una lettera inviata ai commissari AdI, Provincia di Taranto, Ispra e Arpa Puglia, ha comunicato che dopo il decreto del Governo che ridefinisce in anno la validità delle garanzie finanziarie per le discariche del siderurgico, vengono meno le motivazioni delle determine della Provincia, che aveva respinto le garanzie, e quindi “si procederà alla revoca della diffida entro 60 giorni salvo eventuali ulteriori elementi” che dovesse eventualmente presentare la Provincia di Taranto.