Ex Ilva, anche Acciaierie fa ricorso in Cassazione contro lo stop area a caldo. Cosa succede ora

E sono due. Dopo Ilva, che lo aveva fatto alla vigilia di Ferragosto, anche Acciaierie d’Italia ha depositato nelle scorse ore il ricorso straordinario in Corte di Cassazione contro il decreto con il quale a luglio la Corte d’Appello di Milano ha ordinato entro fine ottobre (90 giorni dalla notifica dell’atto) la fermata dell’area a caldo della fabbrica. Questo perché ritenuta inquinante e nociva alla salute e all’ambiente per la presenza dell’amianto negli altiforni e l’emissione di polveri sottili (PM 2,5 e PM 10).

Gli effetti del decreto

Le due società in amministrazione straordinaria, a cui fanno capo la proprietà (Ilva) e la gestione degli impianti siderurgici (Acciaierie d’Italia), provano quindi a fermare gli effetti del decreto, anche se la partita – visto che fine ottobre non è poi lontano – si gioca sull’istanza di sospensiva. Che è un atto a parte delle due società verso la Corte d’Appello di Milano. Infatti, mentre per la discussione del ricorso alla Suprema Corte si annunciano tempi lunghi (ci sono anche ipotesi che parlano di un anno e più), l’istanza di sospensiva dovrebbe essere discussa già il mese prossimo per l’urgenza delle motivazioni esposte dalle società interessate. Anzi, è proprio l’istanza di sospensiva lo strumento con il quale Ilva e Acciaierie provano a fermare l’alt all’area a caldo. L’istanza è verso la stessa sezione della Corte d’Appello che ha emesso il decreto ma in questo caso avrà una composizione diversa. Nel senso che sulla sospensiva non si pronunceranno gli stessi giudici che hanno ordinato lo stop.

Il perché del ricorso

Nei giorni successivi alla pronuncia della Corte d’Appello, il ricorso in Cassazione è stato un po’ in bilico. Anche perché esistevano molti dubbi circa l’efficacia e il risultato. Poi, ai primi di agosto, quando il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha tenuto gli incontri con sindacati, industrie dell’acciaio, Federacciai, Federmeccanica e indotto di Taranto, è venuto dal Governo il via libera al ricorso. A presentarlo per prima è stata Ilva, con una mossa la cui tempestività ha anche un po’ sorpreso Acciaierie. Pare che dentro Ilva in as uno dei commissari abbia spinto per presentare subito il ricorso in Cassazione. E comunque adesso, con quello di Acciaierie d’Italia, il quadro si completa. Il ricorso di AdI riprende le motivazioni già esposte da Ilva alla Suprema Corte. Ilva ha formulato 14 motivi nel ricorso. La società è partita dal fatto che, nel decreto sulla fermata dell’area a caldo, la Corte d’Appello si è occupata di una controversia riservata al giudice amministrativo ed ha «emesso statuizioni rientranti nelle attribuzioni e nella competenza della Pubblica Amministrazione. Segnatamente – afferma Ilva – anziché rimettere all’amministrazione competente ogni determinazione in ordine al perimetro dell’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata nel 2025 e all’individuazione delle prescrizioni e/o raccomandazioni necessarie a minimizzare l’impatto ambientale, la Corte d’Appello si è sostituita alle Amministrazioni coinvolte nel procedimento di riesame dell’Aia 2025 e ha preteso di stabilire direttamente il contenuto che l’autorizzazione dovrà recare».

La fermata dell’area a caldo

E al rilievo critico – già espresso a febbraio dal Tribunale di Milano – circa il fatto che per alcune prescrizioni ambientali da applicarsi al siderurgico, l’Aia del 2025 rimanda la loro definizione a step successivi, la società dice alla Cassazione che il decreto della Corte d’Appello «finisce per attribuire all’Aia una natura opposta» a quella indicata da norme e giurisprudenza. Ovvero, si afferma, «non titolo suscettibile di progressivo adeguamento sulla base dei dati e degli studi acquisiti nel corso del suo esercizio, ma provvedimento che dovrebbe fissare sin dall’origine e in via definitiva ogni futuro intervento, anche quando la necessità, la fattibilità o le modalità tecniche di quest’ultimo debbano essere ancora accertate».

Intanto, a prescindere dalle mosse legali, Acciaierie prepara la fermata dell’area a caldo. Il giorno non è definito, non c’è una data, dichiarano fonti vicine all’azienda, ma tutto quello che è necessario per predisporre la fermata degli impianti «è stato già studiato, analizzato e pianificato». Non è che lo si fa dall’oggi al domani, si evidenzia, anche perché dovrà essere data comunicazione, attraverso un piano, al ministero dell’Ambiente, agli enti locali e alle autorità di controllo. Ma una data ancora non c’è, si ribadisce. E già ad inizio mese le stesse fonti dissero che la macchina per la fermata era partita, solo che non c’erano ancora effetti visibili. Questi sarebbero arrivati solo successivamente.

Fonti sindacali aggiungono che «si ipotizza che dal 7 settembre possa essere diminuita la carica di carbon coke e di minerali nell’altoforno 2 per cominciare ad avviare la fermata, ma non è ufficiale. Inoltre, altre voci danno in arrivo un nuovo carico di carbon coke per l’altoforno 2, così come di un carico di bramme, per continuare ad avere un minimo minimo di autonomia. E ci sono anche voci che indicano per il 20 settembre l’avvio della procedura di stop dell’altoforno. I capi dell’azienda non hanno però dati ufficiali su questo. Sono solo ipotesi. Pensiamo che Acciaierie convocherà i sindacati ai primi di settembre per illustrare la situazione».

Intanto, sul fronte dell’indotto, Peyrani spa ha annunciato ai sindacati il ricorso alla cassa integrazione ordinaria per una cinquantina di addetti. I sindacati dovrebbero incontrare oggi l’azienda. Si parla di un calo di attività. E un’altra società, Itelyum, ha scritto ai sindacati comunicando che, con l’alt alla produzione, si fermano anche la logistica e lo scarico delle materie prime al porto, dove l’azienda occupa 70 unità, di cui 16 a tempo determinato. «Ne deriva un esubero strutturale che la società intende affrontare con la necessaria tempestività per evitare ripercussioni finanziarie», scrive Itelyum. «È una comunicazione con cui l’azienda ci anticipa quello che può accadere – dice Carmelo Sasso di Uil Trasporti -. Adesso aspettiamo le decisioni di Acciaierie sulla fermata per vedere quali ammortizzatori sociali usare per i lavoratori».