«Esisto perché resisto». L’ultima battaglia del partigiano Sigfrido
«Se mi vogliono seppellire in una redazione, si sbagliano di grosso», è la sua linea del venderò cara la pelle (farà causa all'azienda, ormai è ovvio) perché «io sono il giornalista più premiato della Rai», «sono Report cioè la migliore trasmissione della storia della tivvù», sono un caso mondiale, «sono vittima della gogna politica» e «perseguitato» in Italia e all'estero», «sono il bersaglio di quasi tremila articoli contro di me». E insomma: io sono io e voi non siete un c… , come dice il Marchese del Grillo (nella magnifica interpretazione di Sordi). Qui sembra proprio di stare in un mix tra Albertone e Fenoglio. Forse più il primo che il secondo.
Albertone
Perché la Resistenza di Johnny Sigfrido si candida subito a diventare un pezzo della commedia all'italiana dei nostri giorni. Quella in cui - «Ve lo meritate Alberto Sordi», gridò il giovane Nanni Moretti e viene da rispondergli: lui sì ma Sigfrido no! - chiunque alza il livello dello scontro risulta favorito. Almeno nei sondaggi o nel gradimento dell'opinione pubblica più andante, più vetero-identitaria, più vogliosa di presunta diversità (il ranuccesco "Diario di un trapezista" come "Il mondo al contrario" di Vannacci?).
Commedia nella commedia
Nel Paese del chi la spara più grossa rischia di vincere, Sigfrido si trova perfettamente a suo agio. L'esagerazione, la propaganda, il vittimismo e il populismo sono miscele magiche e il partigiano di Report sembra conoscere le debolezze del carattere nazionale e intende sfruttarle. Io esisto perché resisto, ecco. Se poi questa Resistenza non è altro che l'ennesima montatura mediatica, una commedia nella commedia, una retorica combat da teatrino anzi una farsa (la storia si ripete due volte, prima come tragedia e poi come farsa), questo conta poco perché «il mio popolo» e «la mia gente» vogliono me. E nella creduloneria nazionale - in un luogo dove evidentemente non si sono fatti fino in fondo i conti con la laicità - un sottogruppo di fideistici adoratori del partigiano Johnny Sigfrido, di terrapiattisti ranucciani, di seguaci del piffero di Report che continua a suonare anche quando non suona più, si trovano sempre. La Resistenza del divo si rivolge a loro e a tutti gli altri. Soprattutto ai vertici della Rai per tenerli sotto scacco (non vi azzardate a toccarmi sul serio) e alle sinistre di Palazzo sempre più insofferenti verso il narcisismo resistenziale del telegiornalista. Va alimentata la lotta partigiana tramite la lagna - altro tipico esercizio de'noantri - e a colpi di spettacoli del trapezista da qui fino all'inizio del prossimo anno e poi il nuovo libro-bomba per Bompiani e le presentazioni del volume, i suoi adattamenti teatrali, l'immancabile docu-film sulle gesta di Sigfrido (sarà una serie o un biopic one shot?), le ovvie polemiche connesse e insomma: non ci libereremo mai del tormentone Sigfrido? Sarà un romanzo infinito come «Alla ricerca del tempo perduto» di Proust o come, esempio forse più calzante almeno per quanto riguarda il titolo, «L'uomo senza qualità» di Musil?
Accuse e iperboli
Ora si è preso la parte del martire e del combattente il partigiano Ranucci e non vuole più lasciarla. Alzerà sempre di più il livello della polemica, non arretra ma avanza, spargerà accuse e iperboli (contro di me il mondo intero) perché considera l'escalation l'arma della sua sopravvivenza. Ma occhio all'aspetto psicoanalitico. Qui c'è un reporterista al crepuscolo che sovrastima le proprie capacità residue, convincendosi che il pubblico noti ancora la forza e non il declino. E la nostalgia («Report per la Rai è stato come il Giubileo per la Chiesa cattolica») diventa un filtro che altera la percezione del presente. Mentre la recita funge da difesa contro la solitudine. Vengono alla mente il clown esausto di Chaplin in «Luci della ribalta» e queste parole: «La cosa più triste che ci sia nell'arte è la decadenza del genio. Ma la cosa più patetica è l'illusione che il genio non stia decadendo».
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