Elezioni con ballottaggio, la tentazione di Fratelli d'Italia. Il Pd: «Sanno di perdere»

Pareva fantascienza, fino a qualche giorno fa. Almeno a giudicare dalle perplessità che correvano tra i maggiorenti del centrodestra. Col passare delle ore, invece, l'ipotesi ha preso corpo. E a stretto giro potrebbe tradursi in un emendamento a firma Fratelli d'Italia. Come nel gioco dell'oca o in un trucco di prestigio, lo "Stabilicum", la legge elettorale disegnata dal centrodestra, si prepara a cambiare volto ancora una volta. Tornando alla casella di partenza e tirando fuori dal cilindro ciò che sembrava svanito: il ballottaggio.

Sembrava una suggestione, caldeggiata dentro FdI dal presidente del Senato Ignazio La Russa e dal suo predecessore Marcello Pera, oltre che da un comitato trasversale di giuristi e parlamentari guidato dal dem Stefano Ceccanti, LibertàEguale e Fondazione Magna Carta. Finché il dubbio non si è insinuato fino a Palazzo Chigi. Sicuri che con un Vannacci in ascesa nei sondaggi, lo "Stabilicum" cosi come uscito dalla Camera produca davvero più stabilità? Non si rischia - si sono domandati i fedelissimi della premier - di consegnare il Paese a un bivio tra ingovernabilità (se nessuno raggiunge la fatidica soglia del 42%) e maggioranza di centrosinistra, assicurata proprio da quel premio che i progressisti bollano come «abnorme» e che paradossalmente potrebbe finire per avvantaggiarli?

La premier ci pensa, racconta chi l'ha sentita nelle ultime ore. Soppesa pro e contro. Ed ecco che in zona Cesarini (il termine per la presentazione degli emendamenti in commissione al Senato è fissato per domani alle 12) valuta di reintrodurre quel secondo turno previsto nella prima versione del testo e poi fatto scomparire con un colpo di bianchetto. Un po' per i dubbi degli alleati (chiedere alla Lega), un po' per possibili rilievi di incostituzionalità. Nodi che restano lì, sul tavolo. Tanto che anche un supporter della prima ora di questa soluzione come La Russa ora frena: «Difficile rivoluzionare la legge adesso, all'ultimo minuto».

I margini di manovra in realtà ci sono, considerato che la norma dovrà comunque tornare alla Camera per l'ok finale ai ritocchi che in ogni caso il Senato apporterà: lo stop alla norma "taglia-cespugli" (che azzerava i seggi per le liste sotto al 3% esclusa la prima) e l'introduzione del criterio dell'alternanza di genere, forse - ci si sta lavorando - anche per i capilista bloccati. Mentre per quanto riguarda il vaglio della Consulta sul ballottaggio, dentro FdI sono convinti di aver trovato la quadra. Il modello l'ha illustrato qualche giorno fa lo stesso Pera e ricalca la proposta di Ceccanti. Funziona così: se nessuna delle due coalizioni raggiunge il 48% al primo turno, vanno al ballottaggio le due più votate (purché entrambe abbiano preso almeno il 38% dei voti - ossia il 40% circa dei seggi -, cosicché in caso di vittoria al secondo turno il premio non abbia un effetto troppo distorsivo). Se invece la seconda coalizione non ottiene almeno il 38%, niente ballottaggio: il premio viene assegnato alla coalizione più votata già al primo turno, a patto che abbia superato la soglia (già prevista) del 42%.

Un quadro che non fuga del tutto i dubbi dei contrari. Perché col ballottaggio - sostengono - al primo turno il centrodestra non potrebbe fare leva sul "voto utile". Così Vannacci farebbe incetta di voti. E potrebbe poi negoziare un eventuale sostegno a Meloni da una posizione di forza. Che fare? Ecco la possibile risposta: vietare gli apparentamenti tra primo e secondo turno. In modo che al ballottaggio sia proprio la logica del "voto utile" a spingere i seguaci del generale di nuovo tra le braccia del centrodestra, lasciando Vannacci fuori dai giochi.

Un modello che Forza Italia non disdegna, mentre resta da convincere la Lega. Se ne discuterà di nuovo oggi, alla riunione degli "sherpa" di maggioranza convocata dopo una prima call di ieri pomeriggio. L'orientamento che prevale in FdI è quello di presentare comunque un emendamento che apra al ballottaggio. Che poi potrà essere ridiscusso o, se serve, riformulato. Tanto più che la legge potrebbe approdare in aula senza mandato al relatore, e quindi tutti gli emendamenti decadere per essere poi ripresentati. C'è insomma ancora tempo, per decidere.

Le opposizioni, subodorate le intenzioni della maggioranza, hanno gioco facile nell'andare all'attacco. Un modo di procedere «vergognoso», attacca il dem Dario Parrini: «A febbraio hanno presentato un modello di legge elettorale ritagliato sui loro interessi. Ora che i sondaggi sono parecchio diversi, introducono un cambiamento di fondo, il ballottaggio, perchè hanno paura di perdere». Sulla stessa linea Calenda di Azione: «Prima si costruiscono una legge elettorale su misura per assicurarsi la vittoria. Poi arriva un pirla che dice una idiozia al minuto e allora la maggioranza entra nel panico. E inizia ad aggiungere altri pezzi di legge elettorale per metterci una pezza». Magi di +Europa ironizza: «Più che di Stabilicum si dovrebbe parlare di Mutarellum: una legge che muta a seconda di ciò che Meloni e la maggioranza considerano al momento più conveniente». Pronti a fare muro, i progressisti: in piazza (forse il 15 settembre), con emendamenti soppressivi (centinaia) e con cinque modifiche di contenuto in comune tra Pd, Avs e M5S, che il dem Andrea Giorgis sta limando coi colleghi: addio a "taglia-cespugli", liste bloccate e indicazione del premier, innalzamento della soglia per incassare il premio e premio più basso, per impedire al vincitore di eleggersi da sé il capo dello Stato. E il ballottaggio? «Porta alle estreme conseguenze gli effetti perversi di questa legge. Daremo battaglia».

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