È morta Yayoi Kusama, la regina dei pois che trasformò le allucinazioni in arte
È morta Yayoi Kusama, una delle più grandi regine dell’arte contemporanea. La notizia della scomparsa dell’artista giapponese, morta a 97 anni, è stata resa pubblica oggi. Per tutta la sua lunga carriera Kusama ha trasformato le proprie ossessioni, le allucinazioni e l’angoscia in un linguaggio visivo unico e immediatamente riconoscibile: pattern ossessivi, pois ipnotici, specchi, ripetizioni. Un universo in espansione, in cui l’identità svanisce per fondersi con l’infinito.

Yayoi Kusama, l’arte come ossessione infinita
“Un giorno, mentre fissavo una tovaglia a fiori rossi sul tavolo, alzai lo sguardo e vidi lo stesso motivo coprire il soffitto, le finestre, le pareti, e infine me stessa. Il mio io fu eliminato, ero ritornata e ridotta all’infinità del tempo eterno e all’assoluto dello spazio. Ero come annientata”. È come una visione, un’estasi mistica, attraverso le sue parole, quella che accompagna i primi passi di una delle più grandi regine dell’arte contemporanea. Yayoi Kusama aveva dieci anni. Ebbe paura, ma quel giorno nacque il linguaggio visivo che l’avrebbe resa un’icona assoluta: pattern ossessivi, pois ipnotici, specchi, ripetizioni. Un universo in espansione, in cui l’identità svanisce per fondersi con l’infinito. “Le mie allucinazioni visive sono diventate arte,” avrebbe scritto decenni dopo. E da quel primo momento di illuminazione Kusama non ha mai smesso di creare, trasformando il trauma in colore, l’angoscia in installazione, la fragilità in gloria.

Artista visionaria, ha saputo trasformare il proprio universo interiore in un linguaggio estetico unico, immediatamente riconoscibile. Questo graphic novel biografico celebra il percorso straordinario di una donna che ha ridefinito il concetto stesso di artista.
Proprio alla sua storia straordinaria rende omaggio Kusama. Ossessioni, amori e arte, il graphic novel illustrato da Elisa Macellari per Gallucci Editore. 138 pagine a colori, in cui l’autrice (dopo essersi innamorata dell’opera di Kusama a seguito di una retrospettiva al Reina Sofia di Madrid) racconta con delicatezza e intensità la parabola di una delle artiste più influenti del nostro tempo: dall’infanzia segnata da un’educazione repressiva, alla fuga in America, dalla ribellione sessuale e artistica degli anni Sessanta, al volontario ritiro in un ospedale psichiatrico di Tokyo, fino al tardivo ma clamoroso successo internazionale.

La vita di Kusama è stata una lunga lotta contro i confini: quelli del corpo, del genere, dell’arte. Nata nel 1929 in Giappone, cresciuta tra i doveri familiari e un disturbo mentale mai diagnosticato chiaramente, trovò rifugio nella pittura fin da giovanissima. Ma è solo negli anni Cinquanta, grazie a una corrispondenza con la pittrice modernista americana Georgia O’Keeffe, che decise di lasciare il Giappone e trasferirsi a New York, dove dopo degli interminabili periodi di precarietà – in cui viveva in case coi vetri rotti e in cui arrivava a rovistare nella spazzatura dei supermercati per mettere la cena in tavola – irruppe finalmente nella scena dell’avanguardia, tra happening, performance e installazioni immersive.

Yayoi Kusama e Lucio Fontana durante la performance pirata "Narcissus Garden" ai Giardini della Biennale durante la XXXIII edizione della Biennale d’Arte di Venezia, 1966.
Eppure, mentre il mondo dell’arte consacrava nomi come Warhol e Oldenburg (a volte anche ispirandosi al suo lavoro) Kusama rimaneva un corpo estraneo: donna, giapponese, fragile. Negli anni Settanta, piegata dalla fatica e dalla solitudine, tornò in Giappone e si ricoverò volontariamente in una clinica psichiatrica, dove avrebbe continuato a vivere e lavorare per decenni. Non smise mai però di lavorare. In un’intervista del 1977 raccontò che la creazione artistica era stata l’unica via di salvezza dai suoi disturbi psicologici. All’interno della clinica trovò una quiete produttiva che le permise di creare senza interruzioni. E proprio lì si consolidò la Kusama che oggi tutti conoscono: installazioni specchiate, zucche giganti, infinity-rooms, e quell’estetica pop diventata ormai un brand.

Una famosa installazione della artista alla *Benesse Foundation *sull’Isola di Naoshima, in Giappone
Il graphic novel firmato da Elisa Macellari riesce a restituire il doppio volto dell’artista: quello privato, fragile, segnato (in parte) dal dolore, e quello pubblico, luminoso, iconico, sovraesposto. Il tratto morbido e poetico dell’autrice italiana accompagna il lettore tra le ossessioni della protagonista, rendendo omaggio al suo segno e alle sue cifre artistiche, alternando sue parole autentiche a passaggi narrativi fluidi e mai didascalici. Il fumetto non si limita a raccontare, ma trasmette: la ripetizione come terapia e il gesto artistico che diventa – per alcuni – unico strumento di sopravvivenza.

In un’epoca in cui l’arte si consuma spesso in una foto da postare, il libro ci riporta al gesto primario della creazione come necessità. Kusama non ha mai smesso di fare ciò che amava fare, anche quando il mondo sembrava ignorarla. Oggi, dopo la sua morte, resta probabilmente una delle artiste più celebrate al mondo. E senza aver mai dovuto lasciare la stanza bianca della sua clinica.
Kusama. Ossessioni, amori e arte, in tutto questo, rappresenta un invito a guardare oltre i pois: a vedere, negli intervalli tra due punti, la donna, la bambina impaurita tra i fiori, l’instancabile visionaria che ha fatto della sua psiche il più grande dei musei.