Direzione Pittura: intervista a Nicola Bindoni exibart.com

Chi l’ha proferita l’ultima parola sulla “morte della pittura”? Negli atelier di tutta Italia, una wave di giovani artisti sta dimostrando l’esatto contrario, innestando la tradizione classica all’immaginario iper-connesso dei nostri giorni. Questa nuova rubrica è dedicata ai pittori emergenti attivi nel Bel Paese. Attraverso interviste dirette e senza filtri dietro le quinte della loro ricerca, andiamo a scoprire le ossessioni, gli sconfinamenti linguistici di chi ha scelto il medium più antico del mondo per raccontare la complessità del presente, nel solco di una ridefinizione dei generi tradizionali, dal ritratto al paesaggio e alla natura morta. Abbiamo incontrato Nicola Bindoni (Mirano, 1999), qui la nostra intervista.
Come descriveresti oggi, in poche righe, la tua ricerca pittorica?
«Oggi la mia ricerca pittorica si concentra soprattutto sull’aspetto psicologico e percettivo dell’osservatore. Mi interessa creare immagini capaci di generare una tensione emotiva, mettendo chi guarda in una condizione di dubbio o instabilità. Lavoro spesso su temi legati al cambiamento, alla fragilità e alla trasformazione, cercando di costruire una pittura che non offra risposte immediate ma apra uno spazio di riflessione personale ed emotiva».
Come ti sei avvicinato alla pittura?
«Disegnare è sempre stato qualcosa di naturale per me, fin da bambino. L’avvicinamento alla pittura è arrivato durante gli anni in Accademia, quando ho scoperto il colore a olio. Da quel momento è diventato il mezzo principale attraverso cui lavoro ed esprimo la mia ricerca».
Quali sono gli artisti e maestri del passato che senti come riferimenti o punti di ispirazione? E tra i contemporanei, chi segui con maggiore interesse?
«Tra i riferimenti del passato citerei sicuramente Picasso, uno dei primi artisti che ho conosciuto da bambino. Tra i contemporanei seguo con interesse Michael Borremans, George Rouy, Xie Lei, Françoise Pétrovitch e Louise Giovanelli. Anche la fotografia ha un ruolo importante nel mio lavoro: penso ad artisti come Wolfgang Tillmans, Catherine Opie o Nan Goldin. Naturalmente questi sono solo alcuni dei nomi che fanno parte del mio immaginario e delle influenze che porto nella mia pratica».
La pittura per te è un fine o un mezzo?
«Direi entrambe le cose. La pittura è il mezzo attraverso cui provo a comunicare qualcosa, ma è anche il fine, perché coincide con il processo stesso della ricerca. Attraverso l’immagine cerco di portare chi guarda a interrogarsi su ciò che sta osservando e sulle sensazioni che quell’immagine può generare».

Quali temi affronti nel tuo lavoro e perché li ritieni importanti in questo momento?
«Affronto spesso temi legati all’instabilità, al cambiamento e alla fragilità emotiva e psicologica. Mi interessa lavorare su immagini che abbiano una forte componente emotiva e che possano attivare una riflessione in chi guarda. Credo che, oggi più che mai, l’arte possa ancora essere uno strumento capace di veicolare pensieri, dubbi e consapevolezze, e non soltanto un oggetto estetico o decorativo».
Quali elementi consideri fondamentali nel tuo modo di dipingere?
«La composizione è sicuramente centrale nel mio lavoro, insieme all’uso delle ombre e del colore. Sono elementi fondamentali per costruire l’atmosfera psicologica dell’immagine e guidare lo sguardo dell’osservatore».
Quanto influisce il contesto contemporaneo (sociale, culturale o politico) sul tuo lavoro?
«Influisce profondamente. Gran parte delle immagini che realizzo nasce dall’esigenza di elaborare il presente e le tensioni che percepisco intorno a me. Mi interessa osservare come il contesto contemporaneo condizioni il nostro modo di vivere, di relazionarci e anche di percepirci emotivamente. Temi come instabilità, cambiamento e fragilità derivano direttamente da questo. Viviamo in un momento storico caratterizzato da un flusso continuo di immagini e informazioni, che spesso produce una sensazione di sovraccarico e disorientamento: credo che questa dimensione entri inevitabilmente anche nella mia pittura».

Utilizzi strumenti digitali o intelligenza artificiale nel tuo processo creativo? Se sì, in che modo?
«Sì, utilizzo strumenti digitali nella fase preliminare del lavoro. Mi aiutano nella costruzione dell’immagine, nello studio delle composizioni, delle atmosfere e degli accostamenti cromatici. Li considero strumenti di supporto, insieme alla fotografia, che utilizzo come punto di partenza prima che il lavoro prenda forma concretamente attraverso la pittura».
Quali influssi esterni alla pittura sono più presenti nel tuo lavoro?
«Direi soprattutto le immagini online, in particolare quelle provenienti dall’ambito artistico e fotografico, che hanno un’influenza importante sul mio immaginario visivo. Anche i testi musicali rappresentano spesso una fonte di ispirazione nel mio processo creativo».
Nel tuo lavoro quanto spazio hanno l’esperienza personale e quella collettiva?
«Sono centrali. Direi che rappresentano la struttura portante della mia ricerca. Mi interessa il modo in cui esperienze intime e personali possano entrare in dialogo con dinamiche o sensazioni collettive, creando immagini in cui sia possibile riconoscersi».

Durante la realizzazione di un’opera, qual è il momento che consideri più importante e come incide sul risultato finale?
«La fase più importante è probabilmente quella iniziale, quando definisco l’impostazione dell’immagine e la scelta cromatica. È il momento in cui si costruisce l’equilibrio emotivo e visivo dell’opera, che poi condizionerà tutto il processo successivo».
Quando decidi che un’opera è conclusa?
«Quando percepisco che l’immagine ha raggiunto un equilibrio e, soprattutto, quando sento che può avere un impatto forte su chi guarda. È un momento difficile da spiegare razionalmente: spesso è qualcosa che si percepisce più che si decide».

Cosa ti porta a scegliere la pittura oggi, nel contesto contemporaneo?
«La pittura è diventata una sorta di seconda lingua, un modo naturale di esprimermi. Faccio fatica a immaginarmi distante da questo mezzo, perché è il linguaggio attraverso cui riesco a dare forma ai pensieri e alle immagini che porto dentro».
Pensi che il valore della tua opera possa variare all’interno di una grande mostra collettiva come Ensemble? In che modo?
«Esporre insieme a molti altri artisti è sicuramente un aspetto importante. Credo che una mostra collettiva come Ensemble possa creare un dialogo interessante tra ricerche differenti e offrire una panoramica significativa sulla pittura contemporanea emergente. Anche il confronto tra opere e linguaggi diversi può contribuire ad amplificare la lettura del singolo lavoro».
