Diabolik, la partita di cocaina da 400mila euro, l'esecuzione esemplare: "o paghi o muori" e la vendetta di Demce su Molisso

Fabrizio Piscitelli stava aspettando Alessandro Capriotti al Parco degli Acquedotti, a Roma, il pomeriggio del 7 agosto 2019. "Era estremamente sereno, non avendo alcun sospetto che fosse stata decisa la sua morte", si legge nella misura cautelare emessa oggi dal gip Livio Sabatini. Doveva riscuotere da Capriotti un debito di droga: 400mila euro per 24 chili di cocaina. Diabolik lo aveva fatto minacciare sotto casa dall'albanese Arindi Boci (anche lui finito oggi in carcere) con un'arma da guerra: il mitragliatore d'assalto AK-47.

In questo contesto matura il piano avvallato dal boss della camorra Michele Senese, detto o'pazz, di "eliminare un concorrente scomodo nel mercato degli stupefacenti della Capitale e di punire un affiliato al clan Senese (l'ex capo ultras della Lazio, ndr) che non stava corrispondendo - è la ricostruzione della Procura di Roma - quanto dovuto in proproporzione all'entità degli introiti delle sue attività illecite; avendo preventivamente ottenuto tutti l'incarico o comunque l'assenso dal capo clan Michele Senese". I motivi dell’omicidio del Diablo "non sono dipesi esclusivamente dal contrasto tra lui e Capriotti - spiega il gip Livio Sabatini - ma sono altresì collegati, in modo chiaro, alla rottura di Piscitelli con la famiglia Senese, alla sua ascesa criminale ed alla contrapposizione tra il suo gruppo (a prevalente etnia albanese) e l’associazione a delinquere diretta da Giuseppe Molisso e Leandro Bennato". 

Oggi infatti è arrivata la svolta nell'indagine sui mandanti e sui "vendicatori" di tale delitto, con l'arresto di sette persone accusate a vario titolo di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico. "L’omicidio Piscitelli ha senz’altro determinato un utile risultato per il clan Senese - si legge nell'ordinanza di arresto - essendo stato ribadito l’obbligo, da parte dei soggetti protetti o contigui all’associazione dei Senese, di versare una parte dei loro guadagni illeciti alla suddetta compagine criminale ed essendo stato eliminato un personaggio ormai rivale nel narcotraffico".

LE INTERCETTAZIONI

Intecettato in carcere del 10 febbraio 2025 Vincenzo Senese in modo molto semplice affermava “O paghi o mor...". Anche Petrit Bardhi, in un'altra intercettazione, sottolineava che l’uccisione di Diabolik aveva eliminato un concorrente scomodo nel narcotraffico nella zona Tuscolana di Roma. Infine c'è un passaggio chiave - per l'accusa - di un dialogo tra Giovanni De Salvo, storico appartenente alla famiglia Senese (condannato in concorso, tra gli altri, con Michele Senese per l’omicidio di Carlino Francesco), perché si affermava che "se non fosse stato all’epoca detenuto, non avrebbe permesso a Fabrizio Piscitelli di violare le regole ferree imposte dal clan Senese e di espandere senza autorizzazione i propri affari criminali". Nabil Salami confermava: “Diabolik si è messo... perché a lui lo hanno bevuto, se no Diabolik...”. Vincenzo Senese confermava l’ipotesi appena formulata dal suo interlocutore affermando: "Dove andava, lo so, brav’, brav’!”.

ESECUZIONE ESEMPLARE 

Il delitto viene realizzato materialmente - secondo la ricostruzione dei carabinieri e della polizia - da Raul Esteban Calderon, il presunto killer condannato in primo grado e poi assolto l'8 maggio 2026 dall'accusa di aver ucciso Piscitelli. Calderon (all'anagrafe Carmelo Musumeci) viene accompagnato al Parco degli Acquedotti da Leandro Bennato e dopo aver realizzato l'agguato mortale, viene riaccompagnato da Bennato a casa. Giuseppe Molisso "determinava o comunque rafforzava il proposito criminale dei concorrenti, condividento con gli altri - spiagano i pm - la decisione di eliminare" Diabolik, avendo ottenuto l'assenso di Senese. Per i magistrati dalla Dda è stata "un'azione eclatante realizzata in pieno giorno e davanti a molte persone con modalità tali da apparire come una vera e propria esecuzione", nel territorio dove è storicamente radicato il clan Senese, creando un clima di assoggettamento e omertà. "L’omicidio di Fabrizio Piscitelli - si legge nell'ordinanza del gip Sabatini - dimostra l’esistenza dell’organizzazione criminale dei Senese perché l’eliminazione di Piscitelli è dipesa, tra l’altro, dalla di lui mancata consegna alla famiglia Senese di una quota dei suoi ricavi del narcotraffico: il periodico versamento pecuniario da parte di tutti coloro che, contigui ovvero protetti dal nome dei Senese abbiano svolto redditizie attività illecite, è obbligatorio". 

I TIMORI DEI FRATELLI PISCITELLI

"Le risultanze investigative hanno rivelato gli avvertimenti larvati che Angelo Senese aveva rivolto ad Angela Piscitelli, volendole chiaramente far intendere - si legge nell'ordinanza di arresto - che le sue insistenze e quelle del fratello Andrea non stavano passando inosservate", paragonandola ad Ilaria Cucchi: “Tutto sto macello per sto funerale... tanto noi abbiamo detto che tu farai peggio di Maria Cucchi”. La donna "gli aveva confermato la sua volontà di giungere alla verità affinché i responsabili fossero condannati all’ergastolo". “Io gli risposi che la verità doveva venire fuori perché io veramente avrei fatto peggio di Ilaria Cucchi e che volevo che coloro i quali avevano ucciso mio fratello fossero marciti in carcere all’ergastolo”, ha spiegato Angela Piscitelli agli inquirenti. Era andata una prima volta a casa dei Senese, avendo saputo del loro tentativo di porgere le condoglianze. L’anziano padre di Michele Senese "improvvisò un pianto a dirotto... mi condusse davanti a un mobile per farmi vedere che c’era la foto di mio fratello accanto a quella del figlio (Gennaro, ndr) con un lumino acceso”.

Ma nelle settimane successive al delitto, i timori erano ben più grandi. Significativa a questo proposito una conversazione intercettata a novembre 2019 tra Angela e Andrea Piscitelli: "Cioè tutti sanno che ovviamente Fabrizio... era... ehhh era de loro no... nel senso che era de loro”, ossia del clan Senese. E "proseguendo il dialogo e la riflessione congiunta con il fratello, giungeva a temere per la propria incolumità, rivelando il proposito di non passare ulteriormente neppure nei pressi dell’abitazione dei Senese", spiega il gip. Angela: "Andre' io se me li ritrovo, anzi io a sto punto preferisco ditte proprio, me dovesse succede qualcosa preferisco dirtelo quali so le persone con cui io parlo, hai visto mai che mi succede qualcosa, no davvero André... noi sparimo dalla circolazione proprio".

I CALABRESI: "NOI NON SPARIAMO ALLE SPALLE"

L’omicidio aveva scosso anche il sotterraneo mondo criminale romano al punto che Andrea Piscitelli ha ricordato agli inquirenti di avere ricevuto due inaspettate visite pomeridiane da parte di soggetti da lui mai visti in precedenza, recatisi direttamente presso la sua abitazione di Marino per sottolineare la loro estraneità all’omicidio. In una prima occasione, un ragazzo albanese di grossa statura gli aveva riferito l’estraneità degli albanesi nella vicenda: “Gli albanesi non c’entrano niente con la morte di tuo fratello, gli albanesi volevano bene a tuo fratello”. In altra circostanza si erano presentate presso la sua abitazione due persone ben vestite, di circa 60 anni ciascuno, specificandogli che i calabresi erano egualmente estranei all’omicidio: “Andrea i calabresi non c’entrano niente con la morte di tuo fratello e se tuo fratello avesse fatto qualcosa ai calabresi, noi gli avremmo sparato davanti e non alle spalle come fanno gli infami”.

LA VENDETTA DEGLI ALBANESI

Dopo l'esecuzione sulla panchina del parco matura la vendetta della fazione di Diabolik, guidata appunto da un albanese. Elvis Demce, Matteo Costacurta e Emanuele Vargiu sono accusati del tentato omicidio di Giuseppe Molisso, in concorso con Alessio Lori (ora deceduto) e altre persone allo stato non identificate. Demce aveva fatto piazzare sotto casa di Molisso un sistema di telecamere per monitorare i suoi spostamenti e un prolungato appostamento, "finalizzato alla realizzazione dell'azione la mattina dell'11 febbraio 2020, non riuscendo nell'intento per l'intervento delle forze di polizia", si legge nel capo di imputazione, che si erano recati sul posto per confiscare l'immobile, un escamotage per scongiurare un altro omicidio. Demce era pronto a scatenare una guerra di mafia a Roma, "proponendosi quale massimo rappresentante della criminalità nella città di Roma", si legge nell'ordinanza di arresto di oggi. In un messaggio inviato a Lori dice: "Con la scissione, cioè... qua lo facciamo 10 volte, state parlando con la persona più adatta, perché quello che posso fare io qua, non lo può fare nessuno".

"Il significativo lasso temporale trascorso dall’accadimento dei fatti non assume valore dirimente, considerata l’attuale contrapposizione tra il gruppo degli albanesi riconducibile a Demce e quello di Molisso e Bennato, sotto l’egida del clan Senese", spiega il gip, "essendo stato peraltro dimostrato dagli sviluppi investigativi successivi all’omicidio di Piscitelli: il tentato omicidio di Leandro Bennato, gli appostamenti sotto l’abitazione di Fabrizio Fabietti, il tentato omicidio di Giuseppe Molisso e l’aggressione in carcere di Raul Esteban Calderon, ossia Alejandro Musumeci", avvenuta il 9 gennaio 2022 per mano di tre detenuti albanesi identificati in Dorian Petoku, Renato Hasa e Mirian Xemalaj.

"TOGLIAMO FABIETTI"

Nel corso di un colloquio in carcere avvenuto in data 23 novembre 2019 tra Michele Senese la moglie Raffaella Gaglione, il figlio Vincenzo e la cognata Anna Gaglione, "si apprendeva una circostanza di eccezionale valore": Vincenzo Senese, in un breve scambio di battute, informava il padre che terze persone gli avevano chiesto esplicitamente di convocare Fabrizio Fabietti al fine di “toglierlo”. Tuttavia i Senese - come ricostruito nelle indaigni - volevano evitare ulteriori tensioni tra gruppi criminali, cercando di attenuare il risalto derivato dall’omicidio Piscitelli: "tale strategia dimostra la notevole capacità criminale e l’abilità del clan e, segnatamente, di Michele nel ricomporre un contrasto divenuto troppo violento e pericoloso per gli interessi economici dell’associazione", spiega il gip.

Decidevano quindi di soprassedere sulla sua uccisione e, anzi, "avendo compreso che Leandro Bennato e Raul Calderon si stavano muovendo in modo istintivo ed autonomo per eliminarlo, inviava addirittura un sodale del clan del calibro di Domenico Di Giovanni per avvertire Fabietti del rischio che correva". Il socio di Diabolik, infatti, aveva assistito in diretta al delitto la sera del 7 agosto 2019. Il gip fa riferimento al "terrore di Fabietti fuggito dopo l’esecuzione e rimasto sotto shock". All'autista di Piscitelli, Eliobe Creagh Gomez, che era a fianco a lui nel momento dell'agguato mortale, Fabietti aveva chiesto se fosse morto e, poi, aveva aggiunto di non riferire agli inquirenti la sua presenza al parco degli Acquedotti. Questo dimostra "la capacità d’intimidazione derivata dall’omicidio di Diabolik - precisa il gip - Fabietti aveva perfettamente compreso il significato di quell’esecuzione e aveva pertanto cercato di allontanarsi in ogni modo da qualsiasi ulteriore coinvolgimento", dotandosi nei giorni successivi di una scorta privata. L'arresto di Bennato e Calderon il 28 novembre 2019 lo salva probabilmente dalla morte.

PISCITELLI SI FIDAVA: "CHE ME FA"

"L’evoluzione di questi episodi, in un’evidente e costante crescita, è stata interrotta esclusivamente per i numerosi arresti susseguitisi nel corso del tempo, avendo così impedito, di fatto, che tale conflitto degenerasse ulteriormente con il compimento di altri omicidi o fatti di sangue - si legge nell'ordinanza di arresto - Il quadro complessivo che emerge è allarmante perché restituisce un contesto criminale estremamente pericoloso, nel quale le due organizzazioni criminali (quella albanese e quella di Molisso/Bennato) sono pronte a tutto per assumere la supremazia nel mercato degli stupefacenti. Al contempo, nel panorama criminale romano domina l’organizzazione di tipo mafioso dei Senese, in una posizione di incontrastato controllo, garantendo equilibrio e protezione ai suoi soggetti contigui o partecipi". "Infine, si tratta di un ambiente criminale subdolo perché taluni atti violenti od episodi di sangue sono stati repentini ed inaspettati: tra essi, appunto, l’omicidio di Piscitelli", "come emerso, in modo chiaro, dalle stesse parole della vittima rievocate da Raffaele Purpo: Ma io l'ho avvertito tre volte... solo che lui se fidava: no vabbè che me fa”.

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