Detenuto 19enne morto nell'incendio in carcere. Il messaggio sul muro: «Tito vive x sempre». L'inchiesta potrebbe allargarsi

PORDENONE - È comparsa ieri, sul muro di cinta del carcere di Pordenone, proprio sotto le finestre della cella dove si è spento a soli 19 anni Karam Mohamed Mamdouh Khodar. Una frase breve, scritta con la vernice nera: «Tito vive x sempre». E una firma “4L”. “Tito” era il nome con cui era conosciuto il giovane detenuto egiziano del carcere Castello morto la sera del 17 agosto scorso per il fumo scatenato dall’aver appiccato il fuoco a un materasso della cella e aver rifiutato i soccorsi barricandosi in bagno.
Questi sono giorni di lutto, dopo il nulla osta alla sepoltura, arrivato giovedì scorso, dopo la preghiera e il lavaggio del corpo previsto dalla cerimonia della tradizione islamica con l’imam che si è svolta sabato alla cella mortuaria di Pordenone. Poi il rimpatrio della salma del 19enne arrivata a casa, in Egitto, martedì. Ieri la cerimonia con la famiglia nel paese d’origine, nel governatorato di Sharqia. Forse proprio queste ore di cordoglio hanno spinto alcuni amici a dar sfogo al dolore e al ricordo con quella scritta. 

L’inchiesta

Un filone che si affianca a quello dell’inchiesta principale in cui sono indagati 5 agenti di polizia penitenziaria per l’ipotesi di cooperazione in omicidio colposo omissivo. L’indagine potrebbe allargarsi, alla luce degli accertamenti ancora in corso. Gli inquirenti stanno procedendo con l’acquisizione e l’analisi delle immagini delle telecamere, dei telefoni e di altro materiale utile a ricostruire le ultime ore di “Tito”, oltre ai rilievi tecnici e agli esami disposti nell’ambito dell’indagine.
L’autopsia ha fornito i primi elementi agli inquirenti, che dovranno ora integrarli con gli altri accertamenti. Nel mirino anche chi fosse tenuto a garantire che materiali e dotazioni a disposizione fossero idonei e conformi agli obblighi previsti. La responsabilità dell’amministrazione penitenziaria riguarda infatti anche la custodia e la tutela delle persone detenute. Per questo gli accertamenti potrebbero estendersi, qualora emergessero elementi in tal senso e i materassi risultassero inidonei, anche ad altre posizioni e livelli di responsabilità. 
La famiglia del ragazzo deceduto si è affidata all’avvocato Martino Benzoni.

Chi era

Karam Mohamed Mamdouh Khodar era nato il 4 giugno 2007 in Egitto. Le sue origini erano nel governatorato di Sharqia, nella parte nord-orientale del Paese, nato a Belbeis. Era residente a Menyat Salmant, un villaggio appartenente al Centro di Belbeis. Per la madre, che vive in Egitto, era semplicemente “Tito”. Lo chiamava così durante le lunghe videochiamate, cercando di mantenere un filo con il figlio nonostante la distanza.
Il muro, con quella scritta comparsa ieri, racconta ora una parte di questa storia. Tito vive, dice la vernice. E quel nome continua a parlare proprio nel luogo in cui il ragazzo ha trascorso i suoi ultimi giorni.