Delmastro, “Scudo” del centrodestra: no alle chat. Le opposizioni protestano, bagarre al Senato

ROMA Accesso negato. Il centrodestra in Parlamento dice no alla procura di Roma: non sarà consentito l'accesso alle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, il ristoratore indagato dai pm romani nell'inchiesta "Bisteccheria d'Italia" per presunto riciclaggio del clan Senese. È un caso lo scudo della Giunta autorizzazioni della Camera a difesa dell'ex sottosegretario alla Giustizia di FdI e avvocato della premier Giorgia Meloni. Quando la notizia del pollice verso della maggioranza in giunta arriva nell'aula del Senato scoppia la bagarre.

Il clima

E la bagarre sfiora la rissa. Luca Pirondini, capogruppo M5S a Palazzo Madama, annuncia lo stop dei lavori: «Occupiamo i banchi del governo: non si può andare a commemorare Borsellino e oggi negare che la procura di Roma possa acquisire le chat tra un ex sottosegretario, avvocato della premier e una persona collegata con la camorra - tuona mentre i colleghi tirano fuori una sfilza di cartelli con su scritto "fuori le chat" e occupano gli scranni dell'esecutivo - questo governo sta aiutando la mafia e non si può continuare a lavorare come se nulla fosse». Seduta sospesa, sale la tensione mentre la pentastellata Mariolina Castellone cerca di riportare l'ordine invano. Il meloniano Roberto Menia va sotto a Pirondini, gli strappa il cartello via dalle mani. Pochi minuti un video lo immortala mentre minaccia di passare alle maniere forti contro i senatori M5S: "Ti faccio un c... così". Istantanee dal caos: mentre il "Fratello" Luca De Carlo prova con garbo a placare gli animi, nel parapiglia il senatore e questore Gaetano Nastri, intendo a dividere i riottosi, viene colpito a un ginocchio, al meloniano Raoul Russo volano via gli occhiali. Lo scudo per Delmastro non è un fulmine a ciel sereno. Era una semicertezza da quando la giunta aveva risposto a fine giugno al procuratore capo Lo Voi, che chiedeva "collaborazione", ulteriori chiarimenti sulla richiesta di accesso alle chat di Delmastro, in una lettera del forzista Pietro Pittalis riportata dal Fatto che già prefigurava un netto no ai pm.

Così è andata e ora il muro eretto intorno all'ex sottosegretario a via Arenula, non indagato ma comunque dimessosi dopo il referendum sulla Giustizia sulla scia dell'inchiesta, riapre il caso politico. Dal Senato il parapiglia si sposta alla Camera nel pomeriggio. Anche qui, dove il prossimo 30 luglio atterrerà la richiesta di autorizzazione a sequestrare la corrispondenza fra Delmastro e Caroccia dei pm, i Cinque Stelle issano i cartelli "fuori le chat". Guida la protesta Giuseppe Conte che si rivolge alla premier: «Faccio un appello a Giorgia Meloni: dimostri davvero che quel che lei dice" ovvero di ispirarsi ai valori di Paolo Borsellino, abbia "un fondamento concreto. Prenda in mano la situazione e il giorno 30 luglio ci ritroviamo con tutta l'Italia migliore». «Meloni ostacola la magistratura e copre i compagni di partito» tuona dal Pd Federico Gianassi e sale di decibel la voce del deputato di Avs Marco Grimaldi: «Cosa avete da nascondere?». Volano paroloni. Chiara Appendino: «Sapete cosa dico a Meloni e a La Russa? La mafia fa schifo, fa tanto schifo: ma fate schifo pure voi!». Replica Marco Scurria, vicecapogruppo di FdI al Senato: «Il turpiloquio è nel dna del M5S e soprattutto del loro padre nobile». Delmastro tace. Riceve in privato la solidarietà di amici e colleghi del partito. Raccontano di contatti con la premier stessa con cui i rapporti sono ancora buoni, nonostante il "repulisti" al ministero di via Arenula seguito alla sconfitta nel referendum. Lo scudo sarà issato anche in aula, a fine mese, e sono dunque garantite nuove scintille sul fronte giustizia prima della pausa estiva.

Fronte che a dire il vero divide in queste ore la stessa maggioranza e proprio sul terreno dell'inchiesta Bisteccheria: la mafia. Ieri una riunione degli alleati al Senato di un'ora, presieduta dal viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, si è risolta in un nulla di fatto. I fatti sono ormai noti: Fratelli d'Italia vuole votare un emendamento al decreto legge Giustizia e Patto Ue che estende l'uso delle "intercettazioni a strascico" a decine di reati "spia" della mafia, dalla corruzione allo scambio elettorale politico-mafioso, come ha chiesto di fare il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Forza Italia non vuole saperne e il no è perentorio. «Non capiamo perché si debba cambiare la legge sulle intercettazioni che abbiamo cambiato noi» sentenziava ieri mattina alla Camera il vicepremier e segretario azzurro Antonio Tajani. E tutto il partito fa muro: «Non siamo al mercato, possono anche riformulare l'emendamento ma noi non lo votiamo». Stallo totale. Tanto che il governo ora pensa di spedire il decreto nell'aula del Senato, martedì prossimo, senza mandato del relatore: la battaglia per gli emendamenti si riaprirà nell'emiciclo di Palazzo Madama. E le nuove regole sulle intercettazioni care a Melillo e alla presidente dell'Antimafia di Fdi Chiara Colosimo? Potrebbero finire in un decreto ad hoc. Ma è ancora da decidere. Meloni sfida i forzisti e tira dritto, come spiega allargando le braccia il ministro Luca Ciriani a un gruppo di colleghi: «Lei vuole andare avanti».

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