Delitto di via Poma, non solo sangue: dalle nuove tracce biologiche la svolta nel caso di Simonetta Cesaroni
Ore 3:24. È questo l'orario che segna l'orologio di Simonetta Cesaroni, la segretaria di 20 anni massacrata con ventinove coltellate negli uffici dell'Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù a Roma il 7 agosto del 1990. L'oggetto è tra quelli recuperati dagli investigatori negli ultimi mesi e fatti analizzare alla ricerca del Dna dell'assassino, che in trentasei anni non è mai stato individuato.
«Ma adesso c'è una speranza in più di arrivare alla verità. C'è un Dna che potrebbe appartenere all'assassino. Finora è stato confrontato con quello di alcune persone che gravitavano intorno all'ufficio dove lavorava Simonetta, con esito negativo. Ma siamo convinti che il nome di chi l'ha uccisa sia sulle carte, dove vengono indicate ben 69 persone finora mai controllate attentamente», dice Igor Patruno, giornalista e consulente della famiglia della ragazza, che insieme alla sorella di Simonetta, Paola Cesaroni, ha scritto il libro In nome della verità. Le indagini ancora aperte del delitto di via Poma, pubblicato da Edizioni Piemme, nelle librerie dal 15 settembre. La stessa Paola che, lo scorso anno, a Vanity Fair aveva detto: «Per tutti questi anni ho continuato a rivedere l’immagine di mia sorella distesa sul pavimento sudicio di quel maledetto ufficio e a chiedermi quali possano essere stati i suoi ultimi pensieri. «È ora di dare giustizia a mia sorella».
Il Dna ignoto è stato recuperato dal reggiseno e dal corpetto di Simonetta Cesaroni, dove gli investigatori sono andati alla ricerca non del sangue dell'assassino, ma di altre tracce biologiche. E le hanno cercate non nei punti dove chiunque avrebbe potuto mettere le mani o dove sarebbe stata più facile una contaminazione, ma sul retro del corpetto e sulla coppa sinistra del reggiseno, dove sono stati individuati degli aloni che potrebbero essere di sudore, saliva o forse sperma, analizzati dopo aver prelevato dei microscopici tasselli di stoffa. È qui che è stato trovato il Dna di una persona sconosciuta, mescolato con quello di Simonetta. Un Dna che non appartiene ai poliziotti giunti sulla scena del crimine la notte e nei giorni successivi al delitto, ma che potrebbe svelare il nome dell'assassino.
«L'importante è che non ci si fermi a confrontarlo solo con uno sparuto gruppo di persone, ma si facciano i riscontri con tutti i soggetti indicati negli atti», dice Patruno. «È questa la richiesta fatta dalla famiglia di Simonetta alla Procura con l'aiuto dell'avvocata che li segue da anni, Federica Mondani».
Negativi, invece, i risultati della ricerca del Dna sull'orologio, il cui orario non è ritenuto dagli investigatori indicativo dell'ora della morte, e sugli altri oggetti del delitto di via Poma ritrovati negli ultimi mesi: un tassello della porta dell'ufficio dove fu rinvenuto il corpo, la macchia di sangue sconosciuto repertata nell'ascensore dello stabile e i calzini bianchi di Simonetta.
All'appello dei reperti presenti sulla scena del crimine la notte del ritrovamento del cadavere mancano, invece, le scarpe della ragazza e il telefono dell'ufficio su cui fu trovato del sangue di gruppo diverso da quello della vittima. Un telefono che, dalle carte, risulta essere stato poi inspiegabilmente restituito all'ufficio. «Un errore macroscopico degli investigatori dell'epoca», commenta Patruno, «non si capisce come sia stato possibile commetterlo».
Non è l'unico errore commesso all'epoca.
«Purtroppo no. Basti pensare che non furono controllate tutte le persone che gravitavano intorno all'ufficio di via Poma. E a distanza di 36 anni è ormai impossibile verificare gli alibi di tutti. Dopo che il giudice per le indagini preliminari di Roma ha rigettato la richiesta della Procura di archiviare le indagini, disponendone di nuove, insieme alla sorella di Simonetta e all'avvocata Mondani abbiamo depositato un documento dove si indicano almeno 69 persone, la cui posizione non è mai stata approfondita prima. Su queste si stanno facendo gli accertamenti, ma non potendo verificarne gli alibi, il Dna sarà fondamentale. Se verrà individuato il soggetto a cui appartiene e si riuscirà a dimostrare che le sue tracce biologiche non avevano motivo di trovarsi in quei punti precisi del reggiseno e del corpetto, allora ci sarà davvero la svolta che tutti aspettiamo da tanto, troppo tempo».
Chi sono queste persone sulle quali si sta indagando o sulle quali chiedete che si indaghi?
«Dipendenti degli Ostelli e i loro figli mai entrati nell'inchiesta, persone che vivevano nel condominio di via Poma, professionisti che vi lavoravano. Per esempio, nel caso di un avvocato, si è appurato che nel suo studio lavoravano almeno quattro persone, due donne e due uomini, che frequentavano tutti i giorni il palazzo, e probabilmente lo hanno frequentato anche il giorno del delitto. Ma nessuno li ha mai interrogati».
Il Dna è stato trovato solo sul corpetto e sul reggiseno?
«Da quel che ci risulta sì. Sono state trovate anche altre tracce genetiche, ma non sono complete. Questo invece sì, e non corrisponde a nessuno degli investigatori giunti sul posto. Si tratta di un profilo perfettamente confrontabile e ora la famiglia chiede che venga comparato davvero. Non con 16, 18 o 22 persone, ma con tutte».
Pare che queste siano le intenzioni. Addirittura, nel caso di soggetti ormai deceduti, si è proceduto a risalire al loro Dna da quello delle madri o delle figlie.
«È l'unico modo per arrivare, se non all'incriminazione dell'assassino, almeno a una verità storica. E c'è di più: oltre al Dna trovato oggi, gli investigatori sono in possesso delle perizie fatte all'epoca del delitto e negli anni successivi, dove erano state individuate altre tracce genetiche. Hanno quindi altri profili a disposizione sui quali hanno lavorato. Però, per ora, la scelta è stata quella di metterli da parte e di puntare su questo Dna, che non è sangue».
Ma potrebbe trattarsi di una contaminazione? La notte in cui fu trovato il corpo di Simonetta, il cadavere fu girato. Un po' come accadde per Chiara Poggi, un'operazione che fece andare perse le impronte dell'assassino sulla maglietta del pigiama.
«Sì, è vero: anche il corpo di Simonetta è stato girato sul pavimento sporco di sangue. Proprio per questo, da quello che ci risulta, i carabinieri del Ris sono andati a cercare sul corpetto e sul reggiseno non tracce ematiche, ma altro materiale biologico».
È vero che sono stati anche ritrovati alcuni capelli repertati all'epoca? «Sì, e appartengono a Simonetta».
Chi era Simonetta? Che ragazza era?
«Vorrei usare la stessa definizione che dà Paola nel libro. Era una ragazza normale, che aveva una relazione con un ragazzo che non andava assolutamente bene, perché lui non se la filava più di tanto. Una ragazza che aveva iniziato lavorando come commessa in una profumeria e poi aveva fatto il salto qualitativo arrivando in un ufficio. E non si sarebbe fermata lì: era una che apprendeva subito, sapeva rapportarsi bene con le persone. Simonetta amava la vita, amava ridere, ascoltava Lucio Dalla, De Gregori, Venditti. E amava andare a ballare. Una ragazza normale, che adesso merita giustizia».