"Dalla guerra civile al ritorno della crudeltà"
La guerra civile come categoria di pensiero per interpretare un presente segnato da instabilità ed equilibri precari. La crudeltà come chiave di lettura delle relazioni e delle rappresentazioni del potere. Sono queste le interpretazioni con cui prima David Armitage, poi Stefano Massini, ieri pomeriggio hanno declinato il tema del "Caos", scelto per la 26ª edizione del Festivalfilosofia.
Armitage, docente di storia ad Harvard, si è focalizzato sulla "guerra civile", che, a suo dire, rappresenta un concetto politico e giuridico evolutosi nel tempo. Partendo dai conflitti familiari e fratricidi del mondo greco fino alla formalizzazione linguistica del concetto nella Roma repubblicana, Armitage è poi approdato al significato di questo termine nella contemporaneità. Secondo lo storico, con "guerra civile" si intende una frattura essenzialmente politica che avviene all’interno di un gruppo sociale, quando le parti in conflitto appartengono alla medesima comunità, ma mettono in discussione l’appartenenza dell’avversario.
Nella contemporaneità è proprio la progressiva estensione di questi confini a condurre Armitage all’ipotesi di una "guerra civile globale", una possibile chiave di lettura dei conflitti del presente. "Dalla fine del Novecento – prosegue lo storico – la guerra civile è diventata la forma più caratteristica del conflitto umano organizzato. Rispetto al 2010, quando i conflitti furono 31, nel 2025 se ne sono registrati 65. Di questi, solo otto sono stati combattuti da uno Stato nei confronti di un altro".
L’idea di una "guerra civile", intesa anche come conflitto sociale globale, osserva Armitage, è riemersa in momenti diversi della storia recente, dalla Guerra fredda alla pandemia di Covid-19, e trova oggi una nuova declinazione nella crisi climatica. È qui che la categoria assume i tratti di una "guerra civile ecologica": un processo autodistruttivo attraverso cui l’umanità finisce per rivolgere il conflitto contro se stessa, ma anche una presa di coscienza da cui partire per reagire in modo efficace alla crisi climatica".
A seguire, Stefano Massini ha condotto una riflessione sulla relazione fra crudeltà, potere e violenza delle masse. Partendo dall’etimologia latina "cruor", il pensatore ha esordito citando la figura di Ratko Mladic, criminale di guerra jugoslavo. "Nel 1994 – spiega Massini – sua figlia Ana si toglie la vita. Tra le motivazioni, pare ci fosse la vergogna per i crimini commessi dal padre. Nel 2026, alla morte di Mladic, abbiamo assistito a una folla che si è radunata per celebrarlo come un eroe. Cos’è accaduto tra questi due eventi?".
Per rispondere alla domanda, Massini ha ricostruito il legame, storicamente indissolubile, tra potere e crudeltà: dai condottieri che hanno fatto del sangue versato uno strumento di ostentazione e affermazione del proprio potere, come Gengis Khan e Attila, fino a Machiavelli, che della crudeltà ha indagato la funzione politica. Una concezione alla quale, con la modernità, si sono contrapposti filosofi e intellettuali, uno su tutti Voltaire. Eppure, quel percorso di progressivo rifiuto della crudeltà come manifestazione del potere, oggi sembra essersi invertito.
"Gli Stati – continua il pensatore – tornano a ostentare la crudeltà e la sofferenza inflitta al nemico: Ben-Gvir con i prigionieri palestinesi, Kristi Noem nel carcere di massima sicurezza in El Salvador. Ma questa dinamica non riguarda soltanto il potere: come società, siamo diventati più inclini al ’cruor’ di quanto non fossimo in precedenza". Una trasformazione che, secondo il pensatore, è insieme psicologica e sociale e investe soprattutto la dimensione della massa, sempre più attratta dalla rappresentazione della crudeltà.