Dal vertice Brics di Nuova Delhi emergono le mosse dei Paesi emergenti contro la supremazia del dollaro

Dal vertice Brics di Nuova Delhi emergono le mosse dei Paesi emergenti contro la supremazia del dollaro

di Roberto Iannuzzi*

Il risultato più importante raggiunto dal vertice dei Brics tenutosi in India lo scorso fine settimana è la dichiarazione unitaria sottoscritta da paesi che notoriamente hanno interessi e priorità spesso divergenti.
Gli Stati Uniti tendono a descrivere i Brics come un’alleanza antioccidentale. In realtà non è così. Il gruppo non è un’alleanza formale, e non lo sarà mai. E’ uno schieramento eterogeneo, composto nella sua versione allargata da dieci stati membri e dieci paesi “partner”.

Alcuni degli stati fondatori come Brasile, India e la stessa Cina, così come molti nuovi membri, intrattengono rapporti commerciali importanti con Washington.

Per converso, i Brics sono accomunati da pochi interessi essenziali, primo fra tutti la determinazione a proseguire la transizione verso un mondo multipolare nel quale il Sud del mondo possa avere la propria voce. Il gruppo non cerca lo scontro con gli Usa, bensì una maggiore autonomia strategica alla luce della crisi della globalizzazione a guida americana avviata dal tracollo statunitense del 2008.

Dal punto di vista di questi paesi, sono proprio l’irresponsabilità finanziaria e gli interventi unilaterali dell’Occidente ad aver destabilizzato la globalizzazione.

Il vertice di Nuova Delhi si inserisce in un quadro allarmante di conflitti e focolai di crisi nel mondo, dall’Ucraina all’Iran, a Gaza, allo Yemen, al Sudan, solo per citarne alcuni. Essi destabilizzano mercati energetici e finanziari, rotte commerciali e catene di fornitura alimentari. A ciò si aggiunge il ricorso sempre più aggressivo a sanzioni, dazi, controllo delle esportazioni e addirittura interdizioni in mare aperto da parte di Washington, che accelera la frammentazione dell’economia globale.

La trasformazione del sistema finanziario internazionale dominato dal dollaro in un’arma, che gli Stati Uniti brandiscono contro tutti coloro che non si conformano al loro volere, ha spinto i Brics a cercare contromisure difensive. L’obiettivo non è smettere di commerciare con l’Occidente, ma avere la libertà di stringere rapporti anche con altri paesi senza la spada di Damocle delle ritorsioni americane.

Nel 2025, l’amministrazione statunitense ha imposto dazi fino al 50% sui prodotti indiani perché Nuova Delhi acquistava petrolio dalla Russia. Il Brasile è ancora più esposto alle pressioni di Washington.
La dottrina Monroe riesumata dal presidente Donald Trump, e convenientemente ribattezzata “Donroe Doctrine”, considera l’America Latina come appartenente alla sfera d’influenza americana, e limita la libertà dei paesi latinoamericani di diversificare i propri rapporti internazionali. Nel luglio 2026 gli Usa hanno imposto dazi del 25% su alcuni prodotti brasiliani, che talvolta sono arrivati al 37,5%.

Brasilia teme le ingerenze statunitensi nelle elezioni che si terranno a ottobre, e addirittura la possibilità di un intervento armato dopo che Washington ha inserito pretestuosamente alcuni gruppi criminali brasiliani nella propria lista delle organizzazioni terroristiche. Ciò contribuisce a spiegare perché, nei Brics, Brasile e India siano i membri più cauti nel promuovere il processo di dedollarizzazione.

Ad ogni modo, una moneta comune dei Brics non è ipotizzabile alla luce delle diversità esistenti fra i sistemi monetari e fiscali dei paesi membri. La strada che il gruppo sta percorrendo è invece quella di una progressiva adozione delle valute locali negli scambi commerciali tra i paesi membri. Il ricorso al renminbi, alla rupia, al rublo serve a proteggersi da misure ritorsive riducendo la dipendenza dal dollaro, senza tuttavia rimpiazzarlo.

Naturalmente questa frammentazione economica comporta un aumento dei costi e delle inefficienze, che però è ineludibile se questi paesi vogliono sfuggire agli strumenti coercitivi di Washington.

L’adozione delle valute nazionali negli scambi commerciali fra due paesi, in particolare, funziona senza problemi solo se c’è un sostanziale equilibrio, come ad esempio accade fra Russia e Cina. Nel caso di un rapporto sbilanciato come quello tra Russia e India, quest’ultima è costretta a pagare in renminbi cinesi per evitare che Mosca accumuli enormi quantità di rupie non convertibili che non è in grado di spendere sul mercato indiano.

Stiamo dunque assistendo a un processo lento e faticoso, che tuttavia sta rafforzando l’interoperabilità fra i sistemi di pagamento di questi paesi, e che paradossalmente proseguirà proprio a causa dell’ostinazione americana ad usare il dollaro come un’arma.

La strada verso un nuovo mondo multipolare resta lunga e incerta. Quello dei Brics rimane un raggruppamento non in grado di assumere posizioni ferme e univoche di fronte ai numerosi focolai di crisi del pianeta. Ma probabilmente esso continuerà a portare avanti il laborioso processo di creazione di sistemi economici e finanziari paralleli a quello dominato da Washington. La ritrovata armonia fra Russia, India e Cina al vertice di Nuova Delhi sembra confermarlo. La calorosa accoglienza riservata al presidente russo Vladimir Putin da parte dell’omologo indiano Narendra Modi chiarisce che Delhi non rinuncerà a Mosca per compiacere Washington.

Il vertice Brics del prossimo anno sarà ospitato dalla Cina, la quale si appresta ad assumere la presidenza di turno dell’organizzazione e certamente darà nuovo impulso al suo processo di integrazione economica.

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
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