Dal Niguarda alla laurea, il sogno di Laura Perrone e la “benedizione” di Mattarella
Milano, 30 luglio 2026 – “È sempre stato il mio sogno, l’ho trovato scritto anche su un quaderno delle elementari: da grande diventerò infermiera. Una scelta precisa”.
Laura Perrone, 42 anni, oggi è coordinatrice del blocco operatorio DEA dell’Ospedale Niguarda, ed è fresca di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e Ostetriche all’università di Milano-Bicocca. Origini calabresi, si è trasferita in Lombardia per inseguire quel sogno e coltivare la sua carriera, nonostante gli ostacoli che la vita le ha messo di fronte.
Perché Infermieristica?
“L’idea nasce dalla passione e dal desiderio di prendermi cura degli altri, che ho sempre avuto. Finito il liceo scientifico ho deciso di continuare gli studi e di trasferirmi. Mia sorella viveva in provincia di Como e passavo davanti a questo ospedale grandissimo, sulla Napoleona: volevo arrivare lì. Mia mamma era un po’ preoccupata: la nostra famiglia non aveva tante possibilità. Ma ero determinata e l’ho convinta: troverò un lavoro, studierò, mi darò da fare”.
E così ha fatto: è stata la prima laureata della sua famiglia.
“Mi sono iscritta all’Università Insubria di Varese, ho frequentato il tirocinio al Sant’Anna di Como e i primi tre anni ho lavorato a Cantù, sempre in sala operatoria. Ma la mia voglia di crescere era ancora tanta. Così nel 2009 ho partecipato a un bando di mobilità al Niguarda: ricordo ancora la gioia del trasferimento. Ho iniziato a lavorare sempre nel blocco operatorio delle urgenze, sia come nurse che come strumentista. Nel frattempo sono diventata mamma”.
Conciliando turni e famiglia.
“Non ho mai smesso di lavorare anche se non è stato semplice, soprattutto dopo la seconda gravidanza: ci sono stati anche alcuni problemi alla nascita. Ma appena la situazione familiare si è un po’ tranquillizzata sono tornata anche a studiare: prima un master in coordinamento e poi mi sono iscritta alla magistrale in Bicocca. Volevo migliorare ancora. Però nel gennaio del 2023 ho ricevuto una diagnosi: tumore”.
Come ha reagito?
“Il lavoro e l’università, insieme alla mia famiglia, sono diventati la spinta per andare avanti, un obiettivo a cui restare aggrappata. Ho deciso di continuare gli studi, nonostante tutto. Non ho potuto lavorare perché i trattamenti di chemioterapia non me lo permettevano, ma avevo bisogno, nella mia testa, di avere un obiettivo per il futuro. L’ultima chemio l’ho fatta il 2 agosto mentre partecipavo al concorso di ruolo per coordinare il blocco operatorio. Superato”.
Ed è arrivata al traguardo. Il suo impegno è stato premiato anche dal Presidente Sergio Mattarella: l’ha nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
“Un’emozione immensa, inaspettata. E un riconoscimento non solo per me ma per i miei colleghi e la professione stessa dell’infermiere”.
Che è un po’ bistrattata: mancano infermieri, le iscrizioni scendono ancora.
“A me spiace, perché paga lo scotto di un retaggio storico. L’infermiere non è l’aiutante del medico, sono due professioni complementari, con competenze differenti, che perseguono lo stesso obiettivo. Si dice: “Se vuoi sapere com’è andato un intervento, chiedi al chirurgo, se vuoi sapere come sta il paziente chiedi all’infermiere“. Ed è così: in reparto ci siamo noi. Ci prendiamo cura di tutta la persona, facciamo anche ricerca. Ho scelto questa professione per questo. Non la cambierei mai”.
Da dove ripartire?
“Se vuoi attrarre nuovi professionisti c’è tutto l’aspetto economico su cui intervenire, che oggi pesa, soprattutto in una città come Milano, con il tema dell’abitare che con i nostri stipendi diventa insostenibile. Ma non è solo questo: serve una riforma a 360 gradi, che passi dal riconoscimento sociale della professione, dall’ascolto del personale per conciliare il più possibile lavoro ed esigenze familiari. Bisogna puntare sulla formazione e dare possibilità di crescita professionali”.
Le nuove lauree magistrali vanno in questa direzione?
“Me lo auguro. Credo fortemente nella formazione, ma da sola non basta: deve essere parte di un progetto complessivo che valorizzi realmente le competenze acquisite, garantendone un riconoscimento concreto sia sul piano lavorativo sia su quello contrattuale”.