Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. La rivoluzione dell’arte ai Diamanti
Percorso di 120 opere tra dipinti, disegni e incisioni (soprattutto dal Museum Boijmans Van Beuningen). La scelta dei curatori Sandra Kisters e Vasilij Gusella si è concentrata sul paesaggio e la vita moderna.

Percorso di 120 opere tra dipinti, disegni e incisioni (soprattutto dal Museum Boijmans Van Beuningen). La scelta dei curatori Sandra Kisters e Vasilij Gusella si è concentrata sul paesaggio e la vita moderna.

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Franchella
Molte delle rivoluzioni artistiche moderne sono iniziate a Fontainebleau, alle porte di Parigi. Già nella prima metà del Cinquecento, due grandi artisti italiani, Rosso Fiorentino e Primaticcio, lavorando per la corte francese avevano lasciato la loro impronta indelebile nella famosa Galleria I, in una commistione, dal gusto antico e insieme manierista, di stucchi, pitture, architetture…un’opera d’arte totale, in sintonia con la storia del luogo, col suo paesaggio arcadico e mitologico. Lo stesso paesaggio che, dal piccolo villaggio di Barbizon, proprio ai piedi della foresta di Fontainebleau, ha alimentato a inizio Ottocento una nuova sensibilità paesaggistica che ha aperto poi la strada a quei "nuovi sguardi sulla natura e la modernità". È questa la base di partenza della mostra ‘Da Monet a Vang Gogh a Kandinsky’: percorso di 120 opere – tra dipinti, disegni e incisioni (la maggior parte provenienti dal Museum Boijmans Van Beuningen) – che racconta come l’arte, nel giro di pochi decenni, abbia subito una vera e propria rivoluzione, attraverso una densa pluralità di linguaggi e sperimentazioni. Un racconto complesso e stratificato, possibile grazie alla scelta dei curatori, Sandra Kisters e Vasilij Gusella, di concentrarsi su due tematiche centrali: il paesaggio, naturale e urbano, e la vita moderna. L’esposizione si apre nel segno dell’interpretazione paesaggistica di Georges Michel, precursore, a modo suo, della Scuola di Barbizon, piccolo paese dove si stabiliscono tra gli altri Théodore Rousseau e Constant Troyon (rappresentati ai Diamanti), pittori che affermano una nuova sensibilità fondata sull’osservazione diretta della natura e sulla pratica della pittura en plein air. Già dopo questa sezione della mostra, si apprezza la volontà di far dialogare l’Ottocento (principalmente) francese con quanto avveniva in Italia: così, si racconta dei primi italiani confluiti in Francia, a Parigi e a Fontainebleau. Per esempio, vi si trasferisce nel 1844 Giuseppe Palizzi, che nella foresta costruisce una capanna-atelier detta ‘La Gobba’. È la più emblematica testimonianza di quanto già allora fosse attrattiva la natura incontaminata, percepita come un’esigenza dell’uomo sopraffatto dalla modernità. Le opere di Palizzi – così come quelle del fratello Filippo e di Alberto Pasini – testimoniano questa immersione nella natura, questa rinnovata attenzione del paesaggio come genere predominante e non più marginale nella storia della pittura. Segue una sala, ampia e monotematica, dedicata all’esperienza dei macchiaioli: un modo tutto italiano di recepire, ma anche di rispondere alle novità francesi. Le opere di Signorini, Borrani, Fattori ecc. lasciano quindi il posto agli impressionisti, rappresentati da dipinti di Monet, Sisley, Morisot, Renoir e da un primo Gauguin. Non manca, poi, un affondo sulla Scuola dell’Aia, fondamentale per la formazione artistica di Vincent van Gogh, che inizialmente risponde con plastico realismo alla velocità del tocco francese. Proseguendo sulla linea cronologica, l’allestimento si sofferma da un lato su postimpressionismo e divisionismo, sottolineando il ruolo primario assunto da Segantini, Previati e Pellizza da Volpedo. Dall’altro lato però diventa sempre più centrale l’esperienza urbana della vita moderna: in questo senso, colpisce la parete dedicata a Giovanni Boldini, ai suoi studi su carta e alla grande tela con ‘Due cavalli bianchi’, che restituisce un senso di movimento già novecentesco. Lo stesso movimento dei paesaggi urbani di Bucci e Boccioni. Infine, nelle ultime opere in mostra, la materia si sfalda sempre di più, fino a diventare impercettibile, astratta e simbolica, strizzando l’occhio al linguaggio di Kandinsky, Franz Marc e Mondrian.
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