Craxi-Psi, 50 anni di svolta. Il 16 luglio 1976 fu eletto segretario. E il socialismo divenne riformista

Roma, 16 luglio 1976. Nei corridoi del Midas, un albergone sull’Aurelia che ospita i lavori del Comitato centrale socialista, l’aria è densa, satura dell’amarezza cupa di chi sente di essere stritolato dai colossi della Repubblica. Il Partito socialista italiano è un corpo contuso, reduce dal disastro elettorale del 20 giugno che ha consacrato la centralità delle due grandi culture politiche di massa; all’avanzata imponente del Partito comunista ha fatto da contraltare la tenuta granitica della Democrazia cristiana, Enrico Berlinguer e Aldo Moro sono sul punto di aprire la strada agli sviluppi consociativi della solidarietà nazionale.

Un approdo che agita i socialisti, ai quali Norberto Bobbio non risparmia critiche, evocando scenari poco rassicuranti per un partito “indisciplinato, un po’ scombinato, tanto vario da apparire lacerato, tanto mobile da apparire instabile, tanto instabile da apparire senza bussola”. Travolta dall’assenza di prospettive, dalle liti correntizie e da un moto di rivolta generazionale, la segreteria di Francesco De Martino cade, e con lui finiscono sotto processo tutti i capi storici accusati di avere condotto la nave socialista nelle secche dell’immobilismo.

AVANTI

La prima pagina del 17 luglio 1976 dell’Avanti!, il giornale del Psi, che celebra la svolta avvenuta nel partito

In questo clima crepuscolare fa breccia una soluzione che ha tutta l’apparenza del ripiego, quando l’organo direttivo del Psi formalizza l’ascesa di Bettino Craxi, un quarantaduenne milanese che le cronache giornalistiche dipingono come funzionario di partito scialbo e grigio, un apparatčiki destinato a durare lo spazio di un mattino, docile strumento di un effimero compromesso interno.

Quel passaggio, però, è destinato a cambiare la storia del socialismo italiano. L’approdo al vertice spazza via fin da subito, sostenuto da una postura politica e intellettuale inedita, le prudenze paralizzanti del vecchio ceto dirigente.

Craxi sa che per allontanare la fine bisogna smettere di chiedere ad altri il permesso di esistere, e articola il capolavoro politico della rivoluzione autonoma con l’obiettivo di recidere insieme il complesso di inferiorità verso il dogmatismo marxista e la rassegnata subalternità nei confronti del potere democristiano. È una svolta che non riguarda soltanto gli equilibri politici, ma investe la coscienza stessa di milioni di iscritti e militanti, ai quali viene restituito l’orgoglio di appartenere a una tradizione ricca di storia, pensiero, capacità di governo.

In effetti, il profondo rinnovamento che Craxi imprime al partito non nasce dalla negazione del passato, ma anzi si alimenta nella riscoperta delle radici umanitarie del riformismo turatiano, proiettandole verso un orizzonte moderno, liberale, europeo.

Il Psi riesce così a interpretare il profilo di un Paese che cambia con una rapidità sconosciuta alle grandi culture politiche del Novecento. Emergono nuovi ceti produttivi, nuove professioni, si affermano istanze civili e sensibilità che gli schemi rigidi della contrapposizione ideologica non sono più in grado di rappresentare. E l’autonomista milanese comprende che si può tornare protagonisti solo parlando all’Italia che nasce, non a quella che si ostina a sopravvivere.

Su quell’intuizione si innesta una profonda revisione programmatica: un socialismo riformista capace di coniugare libertà e giustizia sociale, sviluppo e solidarietà, iniziativa privata e responsabilità pubblica, diritti individuali e tutela del lavoro. Non è un semplice aggiornamento del lessico politico, ma il tentativo di comporre una sintesi nuova, per accompagnare e governare le trasformazioni sociali senza sacrificare i princìpi di equità ed emancipazione che rappresentano il corredo valoriale del movimento socialista.

Rileggere, a cinquant’anni da quel luglio romano, le inquietudini del Midas significa misurare la distanza che spesso separa le apparenze dal corso della Storia. Quella “svolta” conserva ancora oggi un valore che va oltre le appartenenze, perché la politica cambia davvero il proprio tempo quando trova il coraggio di anticiparlo.

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* Storico, Università Luiss