Crans, quelle formule tutte uguali per negare il processo ai parenti: copia e incolla anche per escludere alcuni feriti

Motivazioni «stereotipate» e «standardizzate», senza dare spazio alle spiegazioni dei singoli. È quanto emerge leggendo gli atti con cui la Procura di Sion ha negato ai fratelli delle vittime – che con queste ultime avevano un solo genitore in comune o parecchi anni di differenza – la costituzione di parte civile nell’inchiesta per la strage di Capodanno al Constellation di Crans-Montana che vede indagati i coniugi Jacques e Jessica Moretti insieme ad altre 13 persone. Ma è anche quanto denunciato in alcuni ricorsi di chi ha perso una sorella o un fratello e si è visto dire di no dai magistrati elvetici. 

LE MOTIVAZIONI

Come quello presentato da Camilla, sorella di Chiara Costanzo, in cui si legge che la decisione sembra «redatta utilizzando motivazioni standardizzate e stereotipate, evidentemente copiate e incollate da una decisione all’altra». Nonostante la sorella di Chiara abbia spiegato il loro legame e le conseguenze che la morte della sorella hanno avuto sulla sua vita, «solo tre brevi paragrafi – a loro volta ampiamente generici – sono dedicati alla situazione concreta della ricorrente e (in modo estremamente parziale) agli elementi di fatto da quest’ultima addotti a sostegno delle proprie istanze procedurali». «La lettera della signora Costanzo – si legge ancora nel ricorso – è stata ricevuta e conservata, ma il tribunale si comporta come se non l’avesse letta». 
«Sebbene gli elementi indicati nella vostra corrispondenza suggeriscano legami analoghi a quelli tra fratelli, essi non sono sufficienti a dimostrare l’esistenza di un rapporto particolarmente stretto», si legge negli atti con cui la procura ha negato la costituzione di parte civile di quelli che chiama “fratellastri”. Stessa risposta nonostante ognuno avesse storie familiari – e legami – diversi. «Un buon rapporto fraterno che, tuttavia, non esorbita dall’ambito ordinario» era, per i magistrati elvetici, quello tra Chiara e Camilla, quello tra Giovanni Tamburi e il fratello con cui condivideva la mamma ma non la stessa casa. E ancora quello tra la Rozerin Özkaytan, la fotografa del Constellation rimasta gravemente ferita, e la sorella di quattro anni troppo piccola per avere «un rapporto particolarmente stretto», e quello tra il 16enne svizzero Pablo Perez, deceduto, e i suoi due fratelli con cui viveva a settimane alterne, dato l’affido condiviso tra i suoi genitori. 

LE PARTI LESE

Una situazione che non riguarda soltanto i familiari delle vittime, ma anche chi a causa del rogo è rimasto ferito ma non può figurare come persona offesa nel procedimento. Questo perché, spiegano i giudici, «la qualifica di parte lesa va valutata in relazione al luogo in cui la persona si trovava al momento dell’inizio dell’incendio». Quindi, «sebbene la sua azione costituisca un atto di altruismo che merita di essere lodato, non gli può essere riconosciuta la qualità di parte lesa direttamente». Questo vale per Paolo Campolo, il papà eroe che nella notte del primo gennaio è riuscito a sfondare la porta laterale e mettere in salvo diversi ragazzi, finito in ospedale con ustioni e problemi ai polmoni per il fumo inalato. I magistrati motivano il no, sostenendo che Campolo «si trovava all’esterno del bar Le Constellation quando è divampato l’incendio, ha prestato i primi soccorsi ai feriti, entrando più volte ma non ha subito una lesione diretta dei diritti». Le stesse motivazioni valgono per Henry P. , anche se lui, a differenza del papà eroe, si trovava all’interno del discobar quando è divampato l’incendio, nello specifico al piano di sopra, e si sarebbe ustionato cercando di uscire, salvo poi tornare indietro per salvare la vita al fratello. Per i pm però neanche lui si trovava «nel luogo in cui è divampato l’incendio». 
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