Cortina d'Ampezzo, frana sulla Tofana. Il geologo Vittorio Fenti: «Montagne fragili e stressate, colpa dell'escursione termica»

Boati e immense nuvole di fumo sui monti poco distanti da Cortina D'Ampezzo. La montagna si sgretola ancora, come già avvenuto la scorsa estate sulla parete nord del Pelmo e in altri casi sulle Dolomiti. Anche la Croda Marcora è tornata a farsi sentire ieri pomeriggio con l'ennesimo distacco, mentre la frana scesa poche ore prima sulla Tofana di Dentro, che ha interessato la val Travenanzes, è un fatto nuovo. Come nel caso del Pelmo anche il distacco dalla Tofana di Dentro è avvenuto sulla parete nord. Semplice coincidenza?

Il geologo Vittorio Fenti, uno dei più autorevoli studiosi ed esperti della geologia bellunese, non si meraviglia. A lungo insegnante all'istituto minerario Follador di Agordo e titolare fino a circa un anno fa di uno studio professionale, ha all'attivo più di 2000 lavori geologici in tutta Italia ed è autore di oltre 40 pubblicazioni. «È una cosa che non mi stupisce affatto. La Tofana di Dentro è un pò più bassa e ripida della Tofana di Rozes che guarda verso sud ed è più stabile. Chiaramente i crolli avvengono sulle rocce più fratturate e fragili che mostrano già una situazione predisponente di roccia fratturata. Il crollo è avvenuto infatti nel settore est della parete nord che è più fratturato di quello a ovest della Tofana di Dentro. Si tratta in ogni caso di una parete particolarmente fragile come quella del Pelmo, a differenza di altre come le Pale di San Lucano, Agner o la parete sud della Marmolada che sono formate da roccia molto più consistente e dove quindi è raro che si verifichino distacchi. Anche la Tofana di Rozes è piuttosto stabile e anche se si sono verificati due crolli in passato in genere sono poco frequenti».

Che tipo di roccia caratterizza la Tofana di Dentro?
«Si tratta di dolomia principale, anche se la parte sommitale è formata da calcari, stessa caratteristica della Torre Venezia sul Civetta o del Pelmo».

Ci siamo lasciati alle spalle un'estate torrida. In luglio e agosto si parlava dell’alternanza fra caldo estremo e bombe d’acqua quali cause scatenanti dei fenomeni franosi. È arrivato l'autunno e le temperature sono scese, ma le frane ci sono ugualmente.
«Il motivo lo ripetiamo da tempo. Le Dolomiti sono montagne fragili. Il riscaldamento climatico e lo scioglimento progressivo del permafrost nelle zone dove la roccia è fratturata favoriscono i distacchi. Quando si scioglie il permafrost, infatti, restano blocchi di roccia non più cementati e quindi basta un po’ di escursione termica come in questi giorni di autunno per favorire le frane».

Con un autunno che si sta prospettando particolarmente mite è dunque lecito attendersi nuovi crolli?
«Come ho detto, assistiamo in questi giorni a una notevole escursione termica. Vuol dire che sulle pareti oltre i 2000 metri la temperatura va sotto lo zero di notte e di giorno il sole è ancora abbastanza caldo da favorire ulteriori fenomeni. Fare delle previsioni è un po’ azzardato, ma se percorressi la val Travenanzes starei molto attento. Anche nel Pelmo quest'estate si è verificata una colata detritica arrivata fino a un parcheggio».

Contromisure?
«È inutile chiudere i sentieri perché la gente alla fine va dove vuole. Importante è usare prudenza e avvertire sempre qual è la destinazione».

Ha memoria di frane in questo periodo nel passato?
«Di solito si verificano a novembre quando c'è molta pioggia, mentre in settembre e ottobre erano meno frequenti. Ma in passato non c'era l’escursione termica di adesso». 

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