Congelamento degli ovuli: a vantaggio di chi si sta ingaggiando questa lotta?
di Ilaria Durigon e Sara Gandini
Alexandria Ocasio-Cortez ha condiviso nelle scorse settimane, dalla cucina di casa, alcuni reel per documentare le fasi del percorso di crioconservazione a cui si è sottoposta. Davanti alla telecamera, si è iniettata gli ormoni, ha esibito il gonfiore addominale causato dall’ingrossamento delle ovaie, aumentate “fino alle dimensioni di un’arancia”, ha descritto gli effetti collaterali, la stanchezza, con l’obiettivo di trasformare la propria esperienza personale in una battaglia politica per la “normalizzazione” di questa procedura medica, per togliere i corpi delle donne “dall’ombra” e per discutere di salute femminile, per rivendicarne, infine, l’accesso a costi sostenibili per tutte le donne.
Le parole di Ocasio-Cortez hanno ricevuto un largo consenso, con commenti di sostegno da parte di donne di destra e di sinistra. Anche in Italia la discussione che si sta aprendo sembra mettere d’accordo tutti nella convergente invocazione all’“autodeterminazione delle donne”, espressione che viene puntualmente strumentalizzata e usata allo scopo di occultare i condizionamenti sociali e economici.
Mentre una volta, quando vi era la necessità che le donne rimanessero in casa, il messaggio era “fate figli e rinunciate al lavoro”, il manifesto sembra oggi essere l’opposto, a partire dalle trasformazioni del mercato: l’indicazione è di anteporre il lavoro, rendersi autonome e poi, con una carriera avviata e uno stipendio sicuro, pensare ai figli. In entrambi i casi, resta inalterata la portata prescrittiva dei messaggi che spingono le donne ad allineare il proprio desiderio alle esigenze economiche della società.
D’altronde, è nota l’attitudine del capitalismo e del neoliberalismo di dissimulare i propri fini con un marketing liberale che occulta l’assoggettamento e mostra la capacità di integrare, ideologicamente, nello scambio economico, motivazioni che economiche non sono: la generosità, l’altruismo, il desiderio di maternità, la cura.
I tempi del mercato prescrivono di differire l’esperienza della maternità, trattando il ruolo genitoriale alla stregua di un intralcio alla prestazione lavorativa e alla realizzazione personale, come se l’autonomia della singola potesse concretizzarsi solo nella rimozione dei vincoli biologici e di cura. Come se la maternità fosse una malattia. Come se la libertà coincidesse con il pieno controllo sui tempi della vita.
La libertà non deriva, invece, dalle possibilità che una società mette a disposizione delle persone, al di fuori dei tempi del mercato, secondo i propri desideri, senza controllo, e senza condizionamenti? La denatalità non è un problema che deriva dai vincoli biologici del corpo femminile, non si risolve semplicemente spostando in avanti il momento in cui una donna può permettersi di diventare madre. È, spesso, la conseguenza di salari troppo bassi, di precarietà, affitti proibitivi e servizi insufficienti. Solo ripensando lo stato sociale sarebbe possibile quel ‘doppio sì’ che coincide con la libertà femminile.
Invece, non è così lontana l’immagine di aziende che programmano le maternità delle proprie dipendenti, con calendarizzazioni in base alle necessità del profitto: una volta che è offerta a tutte, dallo Stato, la possibilità di crioconservare, cosa accadrebbe a chi, invece, desidera fare figli diversamente, secondo i propri tempi? Una possibilità in più non coincide con una libertà in più.
Demandare alla tecnoscienza la soluzione alla crisi delle nascite è una conferma della nostra rinuncia a cogliere la portata politica e simbolica di tali questioni, come se l’immaginario intorno alla fertilità potesse ridursi alla metafora di una siringa, o di un ovulo congelato. Se Carla Lonzi ci esortava a non eludere la questione intorno al piacere di chi restavamo incinte, la domanda che dovremmo porci adesso è a vantaggio di chi stiamo ingaggiando questa lotta in nome della manipolazione tecnica dei corpi femminili.
Se davvero desideriamo fare nostra una simile concezione di “salute”, la materialità dei nostri corpi racconterà sempre un’altra storia, ossia che con l’avanzare dell’età aumentano i rischi per le donne e per figli. Forse, anziché pensare che il nemico da combattere sia la biologia, dovremmo provare a spostare lo sguardo altrove e a ripensare la libertà femminile come espressione di un desiderio che ha la sua radice in questo corpo incontrollabile e vulnerabile.