Droni ed energia: la guerra ha cambiato la sicurezza energetica
La guerra moderna, fatta di droni e missili a basso costo, ha reso ancora più vulnerabili le infrastrutture critiche, soprattutto quelle energetiche.
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Indice dei contenuti
- La guerra moderna ha reso ancora più vulnerabili le infrastrutture energetiche
- Droni ed energia, il caso studio europeo: la guerra in Ucraina
- Il caso studio della guerra in Iran
- Costruire nuovi gasdotti e oleodotti espone a nuovi rischi
- Droni ed energia: perché ripensare l’approccio alla difesa energetica
La guerra moderna ha reso ancora più vulnerabili le infrastrutture energetiche
La relazione tra droni ed energia impone un ripensamento della difesa energetica. La guerra moderna, fatta di droni e missili a basso costo, ha reso ancora più vulnerabili le infrastrutture critiche, soprattutto quelle energetiche. Oleodotti, gasdotti, raffinerie e rigassificatori hanno posizioni note e fisse che li rendono un bersaglio appetibile per attacchi. Basti pensare al sabotaggio di North Stream avvenuto a settembre 2022.
Droni ed energia, il caso studio europeo: la guerra in Ucraina
La Russia fin dall’inizio della guerra in Ucraina ha utilizzato i droni per colpire l’approvvigionamento energetico del Paese. Le forze ucraine hanno risposto con una serie di attacchi prendendo di mira centrali elettriche, depositi di distribuzione della benzina e raffinerie industriali russe. Colpendo le infrastrutture energetiche russe, l’Ucraina ha dimostrato da tempo le grandi capacità acquisite nell’uso dei droni. Nei mesi scorsi, i droni a lungo raggio di Kiev hanno preso di mira raffinerie, depositi di carburante e impianti energetici penetrando anche più in profondità nel territorio russo. Tali attacchi hanno interrotto le forniture di carburante, dimostrando che le infrastrutture strategiche possono diventare un bersaglio anche se si trovano lontano dalla linea del fronte.
Il caso studio della guerra in Iran
Da fine febbraio 2026, Teheran ha impiegato ripetutamente droni e altre tattiche asimmetriche per ostacolare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Gli attacchi hanno dimostrato che per chiudere Hormuz non serviva una grande superiorità navale. Al contrario, l’utilizzo di droni dal costo di poche centinaia o al massimo poche migliaia di dollari sono stati sufficienti a interrompere i trasferimenti marittimi.
Gli iraniani sono stati in grado di colpire siti in tutto il Golfo. L’aspetto più grave sollevato da questi attacchi è aver provato che l’utilizzo di droni e missili a basso costo rende complicata la difesa delle infrastrutture. I sistemi antiaerei e antimissile tradizionali sono molto costosi e facilmente superabili tramite la tattica della saturazione, ossia mandare una quantità tale di missili e/o droni che il sistema non è in grado di abbattere, almeno non tutti. E ne bastano pochi per mettere fuori uso un’infrastruttura. Sarebbero necessarie protezioni fisiche (come reti anti-drone, inutili contro i missili) o sistemi di jamming fissi che interferiscano con i sistemi di guida.
Costruire nuovi gasdotti e oleodotti espone a nuovi rischi
I gasdotti e gli oleodotti sono molto difficili da difendere dalle minacce asimmetriche perché sono fissi e si estendono su una porzione di territorio molto vasta. Inoltre, sono anche molto più costosi da ricostruire. Una volta danneggiato gravemente un gasdotto, servirebbe tempo e grandi investimenti per ricostruirlo, anche qualora ci fosse la volontà politica di farlo. Gli Stati del Golfo, come Emirati, Arabia Saudita e Iraq, stanno lavorando a rotte alternative per aggirare lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, come evidenziato da diverse analisi tra cui una di Reuters, ampliare la rete di collegamenti terrestri non fa che estendere la minaccia e creare nuovi rischi allargando lo spettro degli obiettivi suscettibili.
Una strategia vincente è rendere il tutto più mobile, piccolo e sostituibile. Tatiana Mitrova, ricercatrice presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University, ha detto ad Axios che la pianificazione delle infrastrutture energetiche adesso dovrebbe essere completamente ripensata. Srebbe più utile disporre di reti energetiche più distribuite, anche se ciò comporta dei compromessi in termini di costi. In risposta agli attacchi russi ai sistemi di rete del Paese, l’Ucraina sta già impiegando fonti di energia disponibili sul posto e più facili da spostare. Ad esempio, l’energia solare quanto più è decentralizzata tanto più è resiliente e capace di resistere a blackout diffusi.
“Per molti decenni, come per tutto il secolo scorso, l’idea di fondo si basava sulla concentrazione geografica e sull’economia di scala“, ha affermato Mitrova. “Tuttavia, ora, più vasto è l’obiettivo, maggiore è il danno che si può arrecare. Tutto questo conferisce un valore prioritario a un’infrastruttura più modulare, su piccola scala, più veloce da costruire, più economica da realizzare, più economica da spostare”, ha concluso l’analista.
Droni ed energia: perché ripensare l’approccio alla difesa energetica
L’analisi del Modern War Institute (MWI), intitolata The Drone Revolution That Isn’t ha messo in luce il fatto che i droni richiedono ecosistemi industriali enormi, subiscono tassi di logoramento altissimi e stanno già affrontando una “controrivoluzione” fatta di guerra elettronica e sistemi di disturbo (jamming).
Tuttavia, i Membri della NATO, riconoscendo la portata della minaccia, hanno annunciato investimenti per 40 miliardi di dollari in capacità anti-drone da attuare nei prossimi cinque anni. L’asimmetria della minaccia (ossia armi economiche come i droni che possono arrecare danni a infrastrutture miliardarie) impone infatti di cambiare radicalmente l’approccio alla difesa energetica. Per proteggere l’economia e la società, l’analisi del MWI consiglia di puntare su questi tre pilastri.
- Decentralizzazione e microreti nelle aree ad alto rischio: nelle regioni esposte ai conflitti o a minacce ibride, la centralizzazione è diventata un pericolo. Se un impianto enorme viene messo fuori gioco, un’intera regione rimane al buio o senza carburante. La soluzione dunque è utilizzare reti energetiche distribuite e microreti locali. In questo modo, se un singolo nodo viene colpito, il danno resta circoscritto e il resto del sistema continua a funzionare, garantendo la resilienza complessiva del Paese.
- Rafforzamento fisico delle grandi risorse non decentralizzabili (Hardening): esistono asset strategici (come le grandi centrali o gli snodi di trasmissione) che per motivi tecnici o economici non possono essere frammentati o ridotti in scala. Per questi elementi, la difesa deve diventare spicciola, fisica e immediata, bloccando i droni prima che tocchino i punti sensibili. Come farlo? Con muri antideflagranti utili a contenere l’onda d’urto delle esplosioni ed evitare danni a catena. Oppure, con reti di protezione intorno ai trasformatori ad alta tensione: Barriere metalliche o reti spesse per intercettare i droni FPV o le munizioni prima dell’impatto. Altro modo: spostare nel sottosuolo le linee critiche o i centri di controllo per sottrarli alla ricognizione visiva e agli attacchi aerei diretti.
- Una maggiore cooperazione tra l’esercito e l’industria energetica: la vulnerabilità dei sistemi elettrici e dei combustibili ha già più volte dimostrato che la sicurezza delle infrastrutture è una priorità di sicurezza nazionale. Le aziende energetiche e le forze militari devono lavorare a stretto contatto per integrare sistemi di difesa attiva e passiva fin dalla fase di progettazione degli impianti.