Max Colaci, dal Salento alle tre Champions: «Andavo agli allenamenti in autostop, ho vinto tutto e sono appagato». L'intervista

La vita di Max Colaci è cambiata lo scorso maggio, quando ha deciso di ritirarsi dopo aver vinto la terza Champions League di volley della sua carriera. Oggi, a 41 anni, è il nuovo direttore tecnico della Sir Safety Perugia. Nato a Gagliano del Capo e cresciuto a Ugento, nel Salento, apre l’album dei ricordi: dagli allenamenti in autostop fino ai trionfi internazionali. Lo fa tra un impegno e l’altro, in attesa di prendere un treno per Milano dove commenterà gli Europei su Dazn. Nel mezzo ci sono la sua Perugia, i figli da accompagnare a scuola e la pallavolo vissuta a ogni latitudine. Una vita intera dedicata alla rete.

Max Colaci, com’è la vita da ex giocatore?

«È profondamente diversa. Non so dire se in meglio o in peggio, ma i ritmi e le abitudini sono decisamente cambiati. Vado comunque ogni giorno al palazzetto, ma per fare cose differenti: partecipo a più riunioni, mi occupo del settore giovanile e dell’organizzazione. Sono sempre nel mondo del volley, ma dietro una scrivania. Non è facile voltare pagina, eppure è stata una decisione presa con calma, per nulla improvvisa. Avendo chiuso la carriera vincendo tutto, sono arrivato al traguardo con grande serenità. E lo sono tuttora».

Chissà se penseranno mai di fare una serie TV sulla sua storia. Da un piccolo paese del Salento alla Serie A, passando per tre Champions League, un argento alle Olimpiadi e sei scudetti. Come ci è riuscito?

«Sono nato e cresciuto a Ugento, dove ho fatto tutta la trafila delle giovanili, partendo dal minivolley. In quegli anni c'era stata qualche possibilità di spostarmi in squadre limitrofe che militavano già in Serie A. A 22 anni, dopo la B1, sentivo di voler tentare il grande salto. Tuttavia, partendo da una piccola realtà di provincia, non è per nulla semplice. Se cresci nel vivaio di un club di massima serie il percorso è agevolato; partendo da lontano, invece, nessuno ti regala nulla. Poi arrivò l’opportunità di Corigliano Calabro, neopromossa in A1. Andai a fare un provino partendo in auto, accompagnato da un amico autista perché i miei genitori non volevano che affrontassi quel viaggio da solo. Fu un provino vero, in palestra c'eravamo solo io e i due allenatori. Una settimana dopo mi chiamarono dicendomi: "Ti vogliamo qui". Anche se, devo ammettere, non fu facile ottenere il via libera dall’Ugento».

Facciamo un passo indietro: è vero che da ragazzino andava agli allenamenti in autostop?

«Sì, ma è un aneddoto di quando ero molto piccolo. Ci allenavamo a Torre San Giovanni, a circa sette chilometri dal paese, perché a Ugento non avevamo un palazzetto. D’inverno era complicato muoversi in scooter, che peraltro io non possedevo. Così ci sedevamo sui gradini del negozio del nostro allenatore, lungo la strada per il palazzetto, e facevamo autostop. Spesso ci caricavano i compagni di squadra più grandi o l’allenatore stesso a fine turno, ma non sempre andava in questo modo. Tante volte partivamo con largo anticipo per cercare un passaggio. Al ritorno, fortunatamente, era più semplice perché ci riaccompagnava il custode».

Poi la sua carriera ha spiccato il volo: Verona, Trento, Perugia.

«Casa mia resta il Salento, tra Ugento e Torre San Giovanni, questo è fuori discussione. Ma oggi considero Perugia la mia seconda casa. Devo dire che mi sono trovato benissimo anche a Trento, così come a Verona e a Corigliano, seppur per una breve parentesi».

Un salentino a Trento. L'impatto fu facile?

«L’ambientamento non fu dei più semplici. Nello spogliatoio l'intesa con i compagni e lo staff fu ottima fin dall'inizio, ma fuori dal campo dovetti abituarmi a uno stile di vita del tutto nuovo: orari, abitudini e approccio con le persone erano differenti. Col tempo ho imparato a conoscere la realtà trentina e mi sono adattato. Ricordo, ad esempio, che ero abituato a cenare verso le 21.30, un orario in cui lì le cucine dei ristoranti erano già chiuse! A Trento sono stato bene, ma Perugia è stata un’altra storia: l'ho sentita mia dal primo istante».

Due sue celebri citazioni: "Il libero è il ruolo più becero che ci sia: quello che fai meglio è anche quello in cui vieni notato meno". E poi: "Quella dell’atleta è un’esistenza in prestito". Il suo prestito è terminato?

«Per quanto riguarda il campo da giocatore, sì. Non si può giocare per sempre, è la legge dello sport. A Perugia sono rimasto nove anni, e presto qualcun altro indosserà quella maglia. Forse il club ritirerà il mio numero 13, ma nella sostanza cambia poco. Durante la carriera indossi una divisa che senti intimamente tua, ma che di fatto appartiene alla società, al presidente e ai tifosi: il tuo dovere è onorarla al massimo. Credo di esserci riuscito e spero di continuare a farlo sotto altre vesti, prolungando questo "prestito" ancora per qualche anno».

E per quanto riguarda la definizione del libero come "ruolo becero"?

«Nasce dal fatto che quando un libero commette un errore o subisce un ace in ricezione, fa subito notizia. Si tende a puntare il dito, dimenticando che sono dinamiche normali, spesso dettate da situazioni complesse o da pura generosità nell'aiutare un compagno. È un ruolo in cui la tenuta psicologica è fondamentale».

Il Colaci post-campo si vede più dirigente o commentatore?

«Fare il dirigente mi appassiona, è stimolante perché mi permette di lavorare a stretto contatto sia con i giovani che con la prima squadra. A Perugia le sfide non mancano, nonostante il club sia già solidissimo. Quello del commentatore, invece, è un abito tutto nuovo da indossare. Non è semplice: prima ero abituato a rispondere alle domande nelle interviste avendo il tempo di riflettere. In cabina di commento, invece, serve rapidità di pensiero per tenere il ritmo serrato dei telecronisti. Ma è una sfida che mi affascina».

L'Italia è uscita dagli Europei ai quarti e lei ha commentato le partite. Cosa è successo agli azzurri di De Giorgi?

«Purtroppo è successa una cosa che in carriera ho vissuto spesso sulla mia pelle: abbiamo trovato un'avversaria che, pur essendo tecnicamente inferiore sulla carta, ha sfoderato la partita perfetta. Bisogna solo fare i complimenti alla Finlandia. Chiaramente l'amarezza c'è, ma lo sport insegna ad accettare le cadute. Vincere e confermarsi ad alti livelli è difficilissimo, mentre per una sconfitta basta un attimo di distrazione. Adesso la Nazionale deve solo analizzare gli errori, fare tesoro dell'esperienza e ripartire».

Un’ultima domanda: inizia una seconda vita per Max Colaci. Come se la immagina? Sicuramente ricca di impegni.

«A dirla tutta, ho meno tempo libero adesso rispetto a quando giocavo. Seguire prima squadra, Serie B, C, D, Under 19 e tutto il resto è molto impegnativo. Vorrei restare a lungo nella pallavolo, ma allo stesso tempo coltivo il desiderio di riavvicinarmi a casa, nel Salento. Attualmente la vedo dura: la mia famiglia è radicata a Perugia, i bambini vanno a scuola qui e abbiamo i nostri amici. Non so quando avverrà questo ritorno alle origini, magari tra quindici o vent'anni, ma è un pensiero costante. L'unica certezza è che vorrei vivere nel mondo del volley fino al giorno della pensione».