Ci voleva Trump per far sentire l'Europa unita: il caso Balogun ha fatto nascere il tifo europeo

La Gazzetta scrive che non la guerra in Ucraina, non i dazi, non gli insulti a Meloni, è bastato un ottavo di Mondiale per compattare il Vecchio Continente. Dietro c'è un'ingerenza che ha toccato un dogma del pallone. E un paradosso.

Ci voleva Trump per far sentire l’Europa unita: il caso Balogun ha fatto nascere il tifo europeo

US President Donald Trump gestures during the award ceremony for the FIFA Club World Cup 2025 Champions, following the final football match between England's Chelsea and France's Paris Saint-Germain at the MetLife Stadium in East Rutherford, New Jersey on July 13, 2025. (Photo by ANGELA WEISS / AFP)

Come nasce un improbabile tifo europeo? Serviva Trump, con l’amico Infantino, per far sentire l’Europa del calcio finalmente unita. Lo scrive Arianna Ravelli sulla Gazzetta dello Sport, con un’immagine efficace: nel 2016 Elisa Di Francisca sul podio di Rio con la bandiera dell’Unione Europea sembrò una marziana, perché un’identità sportiva europea appariva artificiale, lontana da una cultura costruita sulle nazionali. Dieci anni dopo, quella bandiera è ricomparsa — metaforicamente — in una sera di luglio: Belgio-Stati Uniti. E all’improvviso l’Europa pallonara si è ritrovata compatta come non le riesce quasi mai in politica. Tutti per il Belgio.

Trump, l’Europa e il calcio: il caso Balogun come “collante”

Non era il Brasile del ’70 né l’Olanda di Cruijff, ma per una sera è stato il vessillo più naturale dietro cui schierarsi. Lo scandalo Balogun è stato un capolavoro di effetto collante: ha ottenuto, sul sentimento calcistico europeo, ciò che la geopolitica non produce da anni, cioè un fronte comune. Difficile trovare un altro episodio capace di far parlare la stessa lingua a tifosi, opinionisti, tecnici e dirigenti di Paesi diversi, da Tuchel a Klopp, da Malagò a Ceferin.

Balogun. festeggia il gol senegal ai mondiali 2026

C’era l’arroganza del potere e l’ingerenza su un’istituzione in teoria autonoma, la FIFA, che quando le conviene si rifugia nell’adagio secondo cui lo sport non si mischia alla politica — salvo essersi da tempo consegnata a flirt fatali. Ma c’era di più: Trump ha toccato una regola basica del pallone, quella per cui chi viene espulso salta in automatico la gara successiva. Si può discutere il cartellino rosso, non la conseguenza. Lui ha affrontato il caso come farebbe con una norma del football o del baseball: se una regola non produce il risultato desiderato, la si cambia. È lo scontro tra chi pensa che tutto sia migliorabile, magari in nome dello show, e chi teme che modificare un caposaldo per volontà del potente di turno non renda il calcio migliore, ma soltanto arbitrario.

Perché il calcio “conservatore” ha ribadito l’autorità dell’Europa

Il punto è che il calcio non è una lega professionistica americana, dove le regole sono materia viva e modellabile. È un animale più antico, più irrazionale e più conservatore: può fingersi moderno, aggiungere telecamere, sensori e microchip, ma sotto sotto vive di tradizione, superstizione e abitudine. In nessun altro sport il peso della storia riesce a rendere rivoluzionaria persino una pausa per bere. È uno dei pochi spazi in cui il Vecchio Continente sente ancora di avere un’autorità morale, e questo Mondiale — che avrebbe dovuto consacrare il soccer nel grande mercato americano — ha finito per ribadirla, mentre la FIFA continuava a mescolare sport e politica.

Lo dicono anche i risultati del campo: almeno tre semifinaliste su quattro saranno europee, a dispetto di format penalizzanti e investimenti mastodontici altrui. Ed è qui la piccola, improbabile forza politica del pallone, quella per cui nemmeno il premio per la pace a Trump è passato senza reazioni: il calcio si può esportare ovunque, ma non è così facile trasformarlo e cambiarne la lingua. A volte ti premia, a volte ti tradisce, spesso ti irrita, quasi mai è giusto. Ma è lì che custodisce il suo fascino — e la capacità di unire l’Europa almeno per novanta minuti, perfino dietro il Belgio.