Chelsea Wolf – The Dark
Per Chelsea Wolfe, il buio non è mai stato una posa, ma una stanza reale da abitare e respirare. Se il capitolo precedente era servito a strapparsi di dosso la prigione dell’alcol, questo nuovo passo è la mappa di un’altra liberazione, forse ancora più complessa e profonda: quella da un’oscurità interiore fatta di compromessi, di quando metti i bisogni degli altri costantemente davanti ai tuoi fino a scomparire. È comunque alquanto bislacco il fatto che il disco più luminoso (si fa per dire) abbia un titolo così… buio. “The Dark” non è una celebrazione degli abissi cari alla cantautrice americana, ma è come un raggio di luce – per quanto desertica, radioattiva, bruciante – che attraversa la polvere e che ridà vita distruggendo tutto ciò che c’è stato prima. Non è neanche catarsi: stiamo osservano le rovine della mente per celebrare una decadenza in realtà piena di vita.

È un percorso che, in fondo, ci riguarda da vicino (per chi sa accostare il cuore e accostare). E la sensazione, ascoltando “The Dark”, è quella di un ritorno a casa che ha il sapore della semplicità ritrovata. Dopo che ci aveva abituati alle sue incursioni e asperità sintetiche di “She Reaches Out to She Reaches Out to She“, la Wolfe fa un passo indietro verso la carne e il legno degli strumenti, ma anche verso una sorta di “normalità” pop: si parte spesso da una chitarra acustica che vibra sola, da qualche fraseggio di pianoforte e da quella voce meravigliosa e inconfondibile che lacera e ricuce (vedi il ritornello della title-track: da brividi), e quindi ecco le improvvise esplosioni, quando le nuvole cominciano a scaricare l’elettricità, tra candore e potenza.
C’è una morbidezza folk quasi inattesa, una leggerezza con cui la Wolfe sembra volerci accompagnare per mano senza per forza doverci spaventare. Certo, non tutto riesce a graffiare allo stesso modo – una traccia come “Halo” scivola via con meno forza, ma è il prezzo che si paga quando si sceglie di alleggerire il carico e cercare un linguaggio più immediato fatto di brani compatti, che raramente superano i quattro minuti.
Eppure, le radici non si strappano via così facilmente. Il passato ritorna potente e viscerale nel doomgaze imponente fatalista/vivificante di “Death Is Not The End” – probabilmente uno dei momenti più alti e intensi del disco – o nelle geometrie tortuose di “Humours”. C’è poi quella scarica di adrenalina purissima in “Swallower” – resa ancora più affilata dalle chitarre di Troy Van Leeuwen dei Queens Of The Stone Age – a cui si agganciano l’incedere alt-rock di “Seethe”, le pulsioni irrequiete di “Turn The Key” e l’eleganza misurata del singolo “Cold”.
In definitiva, preferiamo la Wolfe più “storta” ed enigmatica, anche se le tracce, sempre finemente cesellate, rimangono godibili. Ma, ad ogni modo, stiamo pur sempre parlando di un’artista superiore, con alle spalle una discografia d’eccellenza…