Che fare se un giovane non si riconosce nel proprio sesso? “Se la

BELLUNO. “Ci si muove sempre in un difficile equilibrio: da una parte non assecondare immediatamente ogni idea che può rivelarsi momentanea e non radicata, dall'altra non sottovalutare i giovani in cui il convincimento è profondo e parte da una profonda crisi nel riconoscersi nel sesso attribuito alla nascita. Occorre quindi immaginare il percorso più rispettoso individuo per individuo”.

Dopo aver ospitato il punto di vista dei genitori di GenerAzioneD sull’approccio alla disforia di genere (qui l’intervista), Il Dolomiti ha contattato Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria infantile all'Università Cattolica del Sacro Cuore e primario di neuropsichiatria infantile al Bambino Gesù. 

In ‘Non chiamarmi col mio nome’, Vicari fornisce consigli per accompagnare i giovani in uno sviluppo consapevole della propria identità. Come ci spiega, infatti, la disforia non coincide con la semplice non conformità agli stereotipi maschili o femminili, né con ogni dubbio sull’identità. La dimensione clinica emerge quando la mancata corrispondenza è vissuta come un dolore persistente e compromette i rapporti con il corpo, la famiglia, la scuola, i coetanei.

“Si parla di disforia di genere quando il non riconoscersi nel sesso attribuito dalla nascita - rileva - diventa motivo di sofferenza psicologica. Mentre un tempo erano soprattutto i maschi a voler transitare verso il genere femminile, oggi è più frequente il contrario: il che vuole dire che anche le influenze culturali e le pressioni mediatiche hanno un ruolo. Tuttavia, si tratta di una pressione che spesso rinforza una vulnerabilità già presente”. 

Laddove poi il convincimento è profondo e la sofferenza comporta frustrazione e dolore, gioca un ruolo rilevante anche la comparsa degli attributi sessuali secondari, come la barba, le mestruazioni o la crescita del seno: elementi che aggiungono ulteriore ansia e confusione. Quale ruolo hanno allora i farmaci sospensori della pubertà, sui quali si concentrano le preoccupazioni di molti genitori?

“Quando la sofferenza è marcata - risponde - dare la possibilità di interrompere la comparsa di tali attributi può aiutare. Il punto è arrivarci avendo ponderato correttamente il livello di scelta e consapevolezza del ragazzo o della ragazza. Il rischio infatti è farlo con leggerezza: non basta che un bambino dica ‘voglio essere maschio o femmina’, ma serve un’attenta valutazione sul versante psicologico ed endocrino. Dove ci sono forte volontà e un certo livello di sofferenza, credo sia giusto favorire la richiesta altrimenti quella sofferenza può tradursi in una serie di comorbidità psichiatriche rilevanti”.

Tra cui il rischio di suicidio, chiamato in causa da diverse società mediche italiane a sostegno dell’uso dei farmaci nel trattamento della disforia. “Questa possibilità è reale - ammette - ma va valutata caso per caso. I livelli di sofferenza possono essere altissimi, vedo molti ragazzi con disforia di genere che fanno dell’autolesionismo una pratica regolare. Ciò non significa che riguarda tutti, ma c’è un rischio maggiore se manca una gestione dei comportamenti vicina alle necessità della persona”.

Da qui l’importanza del ruolo degli adulti. “La sofferenza può manifestarsi attraverso il ritiro sociale, il rifiuto di essere fotografati, l’isolamento, i sintomi depressivi - prosegue - fino ad autolesionismo e pensieri suicidari. In questi casi anche rivolgersi all’adolescente con un nome diverso può rappresentare un primo spazio di riconoscimento e sollievo. Di fronte a queste situazioni, gli adulti tendono a collocarsi su posizioni opposte: confermare immediatamente ogni interpretazione proposta dall’adolescente o negarla, attribuendola ai social, a una moda o un tentativo di attirare l’attenzione. Entrambe le risposte rischiano di sostituire l’ascolto con una conclusione anticipata; perciò, il compito clinico è costruire uno spazio non ideologico per comprendere la storia evolutiva, l’intensità della sofferenza, il rapporto con il corpo e l’eventuale presenza di ansia o depressione”. 

“Chiaramente anche la famiglia va accompagnata. I genitori possono sentirsi confusi, impauriti o addolorati - conclude - ma è essenziale che mantengano aperto il dialogo. Così la scuola deve proteggere l’adolescente dal bullismo e dall’esposizione, affrontando con prudenza l’uso del nome e le relazioni con i compagni. La disforia di genere richiede tempo e valutazione multidisciplinare: la prima responsabilità degli adulti è riconoscere la sofferenza senza impadronirsene, proteggere dalle umiliazioni e non interrompere il legame nel momento in cui la persona teme maggiormente di non poter più essere amata”.