Carburanti, è allarme raffinazione. Il gasolio corre più del greggio
Il motivo per cui Donald Trump ha convocato il primo settembre 10, tra grandi e meno grandi, raffinatori americani (non produttori di petrolio puri) è preciso. A luglio sono mancati nel mondo cinque milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, quindi benzina, diesel e jet fuel preziosi, perché non ci sono più raffinerie sufficienti a produrre certi volumi di prodotto raffinato. Tra lo stop dal Golfo e dalla Russia si stima che manchi praticamente il 40% della raffinazione mondiale. Così anche in Europa si sta assottigliando il cuscinetto disponibile. Secondo gli ultimi dati dell'IEA le scorte di gasolio Ue all'hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa sono sotto del 24% rispetto alla loro media quinquennale. Mentre le riserve di carburante per aerei è fotografato in 39% sotto i livelli medi.
Gli ultimi attacchi agli impianti russi hanno solo peggiorato la situazione. Lavorare un barile di greggio per trasformarlo in carburante è diventato un po' come maneggiare una miniera d'oro per chi lo fa. Ma è senz'altro un buco nero per chi vive di quel carburante per fare il pieno. È questa la storia della crisi della raffinazione mondiale scattata certamente con gli attacchi in Iran ma ora esplosa con i colpi di droni ucraini sulle raffinerie russe (la produzione in questo caso è scesa ai minimi degli ultimi vent'anni).
Il risultato è che a gennaio un barile raffinato costava 80 dollari (60 di greggio e 20 di raffinazione). Mentre nell'ultima settimana di agosto, secondo il monitoraggio di Jefferies, il cosiddetto crack-spread 3-2-1, e cioè il premio del diesel sul greggio, la differenza di prezzo iniziale e finale, tra greggio e raffinato, è salito alle stelle, dove non era mai arrivato da marzo a oggi (per convenzione si calcola che da 3 barili di greggio si producano 2 barili di benzina e 1 di diesel, ndr). Questo spread viaggia oggi sui 70 dollari, contro i 20 della media storica. Ovvero (90 di greggio e 70 di raffinazione) si arriva a 160 dollari di barile lavorato, il doppio di gennaio (mentre il Brent costa il 39% in più da inizio anno). Al picco della crisi del 2022 questo premio era arrivato al massimo a 60 dollari. Ecco perché trovare il modo di abbassare questi prezzi è diventata una priorità per l'America di Trump, ma anche per il resto del mondo, in primis per l'Europa che ha rinunciato da anni a un bel pezzo della sua capacità di raffinazione.
Nuovi impianti (la prima scelta di Trump) possono essere una via. Ma ci vogliono anni. Almeno 5-10 a seconda degli impianti, dicono gli esperti. E allora va trovata un'altra soluzione nel frattempo. Ridurre la domanda, a questi prezzi, aiuterà. Di solito è così che funziona: prezzi alti tagliano la domanda. Ma forse non basta e non è nemmeno facile tagliare il pieno dei camion.
Gli interventi
Dunque non è tanto colpa del petrolio se il pieno di diesel o di jet fuel è già salito ai massimi e rischia nuovi picchi. La colpa è di quei margini di raffinazione che ben fotografano un mercato "corto" di prodotti raffinati. Anche gli investitori se ne sono accorti. Le azioni di tre colossi della raffinazione americana come Valero Energy, Marathon Petroleum e Phillips 66 hanno registrato guadagni generosi, rispettivamente del 73%, dell'86% e del 56% negli ultimi sei mesi. Non hanno fatto altrettanto big del petrolio come ExxonMobil (+3%), Chevron (+8%), Shell (+11%), BP (+8%) e TotalEnergies (+11%).
La divergenza ha il suo perché: le raffinerie stanno beneficiando come detto di margini di lavorazione insolitamente elevati, mentre le major petrolifere hanno una maggiore esposizione ai prezzi del greggio, scesi drasticamente dal loro picco di crisi (avevano superato quota 120 dollari al barile). Mentre il greggio Brent è salito del 22% dai minimi di fine giugno, l'Ice Future Europe del gasolio, un punto di riferimento globale è aumentato di oltre il 50% nello stesso periodo. Oltre il doppio.
Le mosse
Un po' di sollievo potrebbe arrivare dalle nuove produzioni in cantiere. Impianti nuovi e in espansione in Asia, Medio Oriente, Africa e anche Stati Uniti, aggiungeranno capacità di lavorazione. Ma le prospettive di capacità a lungo termine erano strette anche senza l'attuale interruzione. Gli analisti di Morgan Stanley si aspettano che la domanda di carburante raffinato cresca di 2,5 milioni di barili al giorno nei prossimi tre anni, mentre la capacità netta aumenterà di soli 1,2 milioni di barili al giorno. Tenendo presente che le nuove raffinerie possono richiedere anni per essere costruite.
Le tensioni sui prezzi del carburanti rappresentano dunque la nuova realtà a cui abituarsi? Il mondo è cambiato e i mercati continueranno a dare i loro segnali di turbolenza, sintetizzano gli esperti. Un vero accordo di pace con l'Iran, spiegano gli operatori, potrebbe, infatti, calmierare i prezzi del petrolio ma non ricostruirà le raffinerie danneggiate in tempi record o ricostituirà altrettanto rapidamente le scorte di carburante esaurite. Ciò significa che anche un calo dei prezzi del greggio potrebbe richiedere più tempo per raggiungere i consumatori. Valero Energy e i suoi competitors possono godersi l'attesa a suoi di guadagni record. Ma Trump farà di tutto, dicono sul mercato, per mettere una toppa ai prezzi di diesel e jet fuel in vista delle elezioni di Midterm. Un patto con il mondo della raffinaria che incontrerà il 1° settembre, dopo che ha incassato uno storico accordo per controllare le riserve venezuelane (per quanto non proprio pregiate) potrebbe essere un punto di svolta. A quel punto anche l'Europa potrebbe avvantaggiarsene, considerata la dipendenza, anche su questo fronte, dalle esportazioni Usa.
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