Cara Ministra, sul congedo paritario si sbaglia

La Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, ha recentemente espresso la sua contrarietà all’introduzione di un congedo parentale paritario e obbligatorio. Tra le principali motivazioni addotte c’è quella legata al peso biologico del parto, che non può essere trasferito dalle donne agli uomini. Su questo ha indubbiamente ragione: per le donne il costo psicofisico rimane e rimarrà sempre maggiore (a meno di immaginare un futuro distopico nel quale il parto viene delegato a delle macchine). 

Eppure, se c’è una singola misura che può avere un significativo impatto sull’alleggerire l’esperienza del parto, e soprattutto del post-parto, è proprio il congedo parentale paritario. I dati da questo punto di vista parlano chiaro: il cosiddetto Gender Pay Gap è ai minimi nelle fasi iniziali della carriera.

“Child penalty”

Quando però arriva la maternità, ecco che il divario tra uomini e donne si acuisce sensibilmente. In letteratura viene chiamato Child Penalty. Si può fare tanto per contrastarlo: innanzitutto è importante, come sempre, partire dalla cultura, insegnando agli uomini che prendersi cura dei figli non è un compito “da donne”.

Ma ciò non basta, se poi un datore di lavoro sa che assumendo una donna in Italia questa potrebbe rimanere a casa almeno cinque mesi, mentre un uomo solo dieci giorni. Si può ovviamente fare appello al buon senso degli imprenditori, alla loro sensibilità. Si possono anche implementare politiche di welfare aziendali che aiutino le donne con figli, come per esempio gli asili interni. 

Il modello spagnolo

Ma senza congedo parentale paritario e obbligatorio tutto ciò rischia di avere un impatto insufficiente. Il modello a cui dovremmo fare riferimento in Europa è quello della Spagna, dove dal 2021 i congedi parentali sono uguali per uomini e donne: pari a 19 settimane, retribuite al 100%. Le prime 6 settimane sono da svolgere obbligatoriamente in seguito al parto, mentre le restanti possono essere utilizzate durante il primo anno di vita del bambino con maggiore flessibilità, per esempio anche spalmandole su più giorni e riprendendo a lavorare con la formula del part time.

Il punto chiave però è che non si possono trasferire da un genitore all’altro, perché in questo caso il rischio è che prenda nuovamente sopravvento l’aspetto culturale e sia ancora una volta la donna quella costretta a rimanere a casa. La ministra Roccella sostiene che questa misura costerebbe troppo e che i soldi potrebbero essere usati in modo più efficace. Ne dubito.

Un intervento culturale

In ogni caso si potrebbe partire come in Spagna con 16 settimane per genitore, che sarebbero molto vicine alla spesa attualmente sostenuta. Lo Stato da questo punto di vista deve mandare un messaggio chiaro e netto: la donna partorisce e allatta, è vero, ma per il resto la divisione dei compiti di cura e di gestione della casa deve essere assolutamente paritaria. Si tratta di un intervento che ha un impatto non solo economico, ma anche culturale. Siamo già in ritardo rispetto ad altri Paesi più avanzati sulla questione della parità di genere, non facciamo attendere ancora