Capire Urbano Cairo - Toro News
“Non abbiamo bisogno di essere rassicurati, ma di sfuggire all’insensatezza”
Renè Girard
Non posso impedire ad Urbano Cairo di fare quel che vuole con il Toro, anche perché a prescindere dalla legge non esiste nessun “principe” a poter porre riparo dall’abuso della legittimità. Le cose possono rimanere nell’alveo del legale, anche quando si sta commettendo una palese ingiustizia. Posso però provare a capire il motivo per cui l’editore alessandrino sta agendo da anni con la licenza di uccidere un patrimonio dello sport italiano. Siamo al disincanto e ad un neopaganesimo senza dei, ad un voler mortificare ogni sentimento e ogni rispetto verso il sacro sull’altare delle proprie convenienze o problematiche personali. Il patron del Toro è, in tutta evidenza, senza risorse economiche e con l’assoluta incapacità di realizzare utili attraverso le attività di produzione della squadra, non solo per rinforzarla ma anche per farla uscire dalla pericolosa situazione debitoria in cui è caduta. Diversi tifosi si applicano a fare calcoli tra crediti e debiti del club, calcolo assai complicato viste le opacità presenti in ogni bilancio del calcio, ma vorrei farla per una volta semplice con i dati del debito degli ultimi quattro bilanci: 2022 -143,4 mln, 2023 -159,4 mln, 2024 -129 mln, 2025 -160,5 mln. Ognuno interpreti questi numeri come vuole e come sa, ma la situazione appare costante verso il peggioramento dei conti, a fronte di una gestione operosa più nel tappare con urgenza dei buchi anche attraverso procedure di alchimia finanziaria(vedi, per esempio, il contratto derivato “Interest Rate Swap” o la cessione “pro-solvendo” di crediti da trasferimento di calciatori. Tutto legittimo e necessario, per carità, anche se non tutto chiaro), che a costruire un sistema dove i ricavi possano far uscire i Granata da una situazione dove è oggettivamente impossibile parlare di una costruzione di un futuro sportivo migliore. Mentre a Venezia stanno costruendo un nuovo stadio da 300 mln di euro(anche con l’ausilio di 93,3 mln di fondi pubblici a vario titolo), il presidente del Toro continua nel “macchiettismo” semantico, trascinandosi nel pantano involontariamente comico il sindaco Stefano Lo Russo, nell’ormai atavica discussione sul destino dello “Stadio Olimpico Grande Torino”.
Cairo non riesce ad ammettere l’ovvio, ovvero di non avere nessuna intenzione di avviare discussioni costruttive sullo stadio a meno che non glielo regalino(e forse gli paghino finanche le spese di ristrutturazione), quindi preferisce attendere qualcosa. Anche qui: difficile capire cosa. La situazione del Toro ricorda quella della Sampdoria di qualche anno fa, quando la famiglia Garrone non aveva più voglia e risorse da immettere nel club blucerchiato, e cercava disperatamente una soluzione al buco debitorio che si allargava sempre di più. Accompagnando una persona a Milano a parlare con l’amministratore delegato di un fondo di investimento, ascoltai una proposta: i Garrone volevano cedere gratis il club genovese, ed erano disposti a farlo con ogni tipo di modo possibile. Tutto, pur di uscirne. Ci volle poco a capire, nel vedere i conti, che la situazione era economicamente quasi irredimibile, quindi la persona che accompagnai rinunciò quasi subito a trovare una soluzione al problema. Dopo qualche tempo arrivò sotto “La Lanterna”, direttamente da Roma, quel gran genio(si fa per dire) di Massimo Ferrero, uno di quelli che nel magma indistinto degli affari poco chiari ci sa sguazzare come pochi. Non importa come questi avvengano, basta che avvengano. Per dire come si sia messi nel calcio italiano, “Er Viperetta”, gradevole soprannome dell’ex cinematografaro romano, prende la Sampdoria, a titolo gratuito, mentre viene condannato in via definitiva per il reato di bancarotta fraudolenta ad un anno e dieci mesi per il fallimento di una compagnia aerea. Ma i Garrone non ce la fanno davvero più, quindi non guardano tanto per il sottile e sanciscono il passaggio di mano del club blucerchiato. La Federcalcio si addormenta e lascia fare, anche perché se si facesse una ricognizione sui problemi giudiziari avuti da diversi proprietari dei club, e anche da qualche dirigente sportivo, ci sarebbero da fare molte riflessioni nel campo etico. La verità è che alla Sampdoria sarebbe servita una nuova proprietà capace di ricapitalizzare, invece si scelse la via della “patente corsa” di Massimo Ferrero, regolarmente invitato poi da tutti i salotti tv, persino da quello del cerimoniere perbenista Fabio Fazio, a parlare di calcio. Cairo ovviamente non è Ferrero bensì i Garrone esausti di qualche anno fa, dibattuto da una materia, il calcio, che non ha mai saputo trattare e con una vena surreale probabilmente mutuata dal suo mentore Silvio Berlusconi. Come lui incapace di comprendere un concetto in fondo semplice come il conflitto di interesse, e con la tendenza a spararle un po’ troppo grosse.
Uno voleva sconfiggere il cancro e fornire dentiere per tutti nella sua azione di governo, l’altro sorprendente nel paragonarsi al presidente del “Grande Torino” Ferruccio Novo(“ho riflettuto sul fatto che Novo non vendeva mai nessuno e mi sono ripromesso di fare lo stesso”)o quando sostiene di voler tenere giocatori poi andati via un minuto dopo(“offerte per Maksimovic e Peres ne sono arrivate, ma non vogliamo cedere nessuno”. E poi, ancora: “Bellanova non si tocca”). Sal Da Vinci deve fargli venire l’orticaria con la sua diva sanremese “Per Sempre sì”; flessibilità è il suo credo e il resto è narrazione modificabile per tutte le occasioni. Da giovane votava Democrazia Cristiana, poi si posizionò sul Partito Radicale di Marco Pannella, negli ultimi anni ha mostrato apprezzamento per Matteo Renzi e Carlo Calenda. Un uomo dalle idee chiare. Individua il business dell’informazione “rossa”, e sostituisce “Tele Kabul” della “Rai Tre” di Angelo Guglielmi e Sandro Curzi con “La7”, ottenuta a suo tempo quasi gratis da Telecom. “Sarà mica diventato comunista?”, si chiedono in molti, ma lui è abile nel rassicurare con i fatti di non credere sostanzialmente più in niente: siamo nell’era post ideologica, no? Ma quando Walter Veltroni smette con la politica, lo arruola in tutto ciò dove lo può arruolare: gli pubblica libri, lo fa scrivere su “Il Corriere della Sera” e sulla “Gazzetta dello Sport”, potendo dall’ex segretario del Partito Democratico si farebbe scrivere anche la lettera a Babbo Natale: “ Caro Babbo Natale, te lo chiedo ma anche no, per quest’anno vorrei proprio una legge sul “tax credit” per il calcio”. Come farebbe uno a non capire di trovarsi davanti allo stile del “Walterone” nazionale? Siamo al dubbio amletico del restare sempre in bilico senza mai cascare da nessuna parte, genesi del “terzismo” coniato in seguito da Paolo Mieli.
“Se devo vendere, voglio che questa mia ultima annata sia memorabile”, ha dichiarato prima che il Toro si andasse a schiantare in tre sconfitte di seguito, due delle quali contro le corazzate Sassuolo e Monza. Non riesce proprio a non fare “Il Bomba” alla Matteo Renzi, ad essere almeno prudente nelle dichiarazioni mentre sta smontando come al solito la squadra sul mercato e sui diritti di riscatto mai esercitati. L’esistenzialismo da leasing lo anima, lo tiene lontano dall’inquietudine della stabilità e lo conferma nell’attrazione del ciclo del divenire. Forse sarebbe piaciuto al “futurista” Gabriele D’Annunzio, e magari nel ventennio avrebbe preso una sbandata sentimentale per Benito Mussolini. Con il Toro siamo agli ultimi giorni di Salò, persino Piero Chiambretti ora lo sfotte sui social: “Breaking News.-scrive Piero- Ieri sera durante il tg della Sette, il presidente Cairo ha venduto il conduttore Mentana alla Fiorentina”. Il riferimento alla cessione di Njie effettuata tra il furtivo e il disinvolto è abbastanza chiaro, ma cosa doveva fare il patron del “Corriere” e della “Gazzetta”? I giocatori di talento vanno monetizzati subito e senza rimpianti, prima che facciano la fine del Perr Schuurs lungodegente, che poi te lo ritrovi al Nec-Nijemengen e alla prima partita entra e ti segna un gol da resurrezione evangelica del terzo giorno. Puoi prendertela con la malasorte o con “saturno contro”, ma se ti guardi allo specchio arrivi subito al punto: no, è stato passare all’incasso dall’assicurazione. Sei nell’alveo di quelli sedotti dall’uovo oggi piuttosto che dalla gallina domani; capita quando hai perso fiducia nell’esistenza degli dei, quando hai persino smesso di parlare con il destino, che pure ti aveva dato la grazia del Toro caduto dal cielo del tutto gratuitamente. Sentire parlare Cairo non è ascoltare un pensiero, ma una sciarada interminabile di asettici slogan in cui alla fine anche lui finisce per perdersi e capirci poco. A quel punto contraddirsi è un attimo involontariamente comico.
No, non mi metterò a parlare dell’ultimo bilancio del Toro, pieno di letteratura(la parte sul rischio geopolitico il mio professore di economia politica l’avrebbe definita così: “fuffa fancazzista”) e gangli che dovrebbero essere chiariti, tanto la sostanza delle cose di cui sopra non cambierebbe. Voglio però soffermarmi su un suo passaggio: “la difficoltà di attrarre e trattenere calciatori di adeguato livello potrebbe avere effetti negativi sui risultati sportivi e conseguentemente sulle prospettive e sui risultati economici e finanziari della società”. Se non è una dichiarazione di resa questa… manca solo qualcuno con cui firmarla.
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.