Cancro: perché il tumore al cuore è così raro? Lo studio che svela il motivo più plausibile
Il cuore si rinnova pochissimo e lavora sotto pressione: due caratteristiche che potrebbero spiegare perché i tumori cardiaci sono rarissimi
2 Agosto 2026
@AI generated
Indice
- Il cuore è un terreno difficile per il cancro
- Il battito cambia il modo in cui il DNA viene “impacchettato”
- La stessa protezione rende difficile riparare il cuore
Il cuore stringe, spinge e deforma il proprio tessuto a ogni battito. Per una cellula tumorale potrebbe essere un posto parecchio scomodo. Uno studio pubblicato su Science ha scoperto che il carico meccanico prodotto dalla contrazione, dalla pressione e dal passaggio del sangue può rallentare la proliferazione delle cellule cancerose nel miocardio. Quando questa sollecitazione diminuisce, le cellule tornano a moltiplicarsi più velocemente. Il battito, oltre a tenerci vivi, potrebbe quindi essere una delle ragioni per cui il tumore al cuore è così raro.
I tumori che nascono direttamente nel cuore rappresentano già un’eccezione clinica. Le grandi serie di autopsie stimano una frequenza intorno allo 0,02%, e il dato comprende anche formazioni benigne come i mixomi. I tumori cardiaci primitivi maligni sono dunque ancora più rari. Più spesso il cuore viene raggiunto da metastasi partite da altri organi, che rimangono comunque meno comuni di quanto la sua fitta rete di vasi sanguigni potrebbe far pensare.
Il cuore è un terreno difficile per il cancro
La spiegazione più nota riguardava finora il ricambio cellulare. I cardiomiociti, le cellule muscolari responsabili della contrazione, dopo la nascita riducono drasticamente la capacità di dividersi. Meno divisioni significano anche meno occasioni per accumulare gli errori genetici che possono favorire la comparsa di un tumore.
Uno studio basato sulla quantità di carbonio-14 presente nel DNA ha stimato che, nell’essere umano, il ricambio dei cardiomiociti scenda da circa l’1% l’anno a 25 anni allo 0,45% a 75 anni. Nel corso di una vita ne viene sostituita meno della metà. Il cuore conserva a lungo le proprie cellule e, quando viene danneggiato, tende a chiudere la ferita con una cicatrice anziché ricostruire muscolo pienamente funzionante. Una soluzione robusta, purché nessuno gli chieda di rigenerarsi con entusiasmo.
Questa lentezza, però, spiegava solo una parte della storia. Le cellule tumorali provenienti da altri organi attraversano continuamente il cuore insieme al sangue e potrebbero, almeno sulla carta, trovare un tessuto ben irrorato in cui fermarsi. Accade molto meno del previsto.
Il gruppo internazionale coordinato dal Laboratorio di Biologia cardiovascolare dell’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology di Trieste, insieme all’Università di Trieste e al Centro Cardiologico Monzino, ha così osservato il ruolo delle forze fisiche che attraversano il miocardio.
Per verificarlo, i ricercatori hanno combinato modelli murini, tessuti cardiaci ingegnerizzati in laboratorio e campioni provenienti da rare metastasi umane. Nei sistemi sperimentali sottoposti al normale carico del cuore, le cellule tumorali proliferavano meno. Riducendo pressione e tensione, la crescita riprendeva. L’effetto è stato osservato con cellule provenienti da tumori diversi, tra cui polmone, colon e melanoma.
Il battito cambia il modo in cui il DNA viene “impacchettato”
La pressione non si ferma sulla superficie della cellula. Il segnale arriva fino al nucleo grazie a Nesprin-2, una proteina che funziona come collegamento tra la struttura interna della cellula e l’involucro nucleare.
Sotto l’effetto del carico meccanico cambiano la metilazione degli istoni e la compattazione della cromatina, il materiale formato da DNA e proteine custodito nel nucleo. In termini più semplici, la cellula modifica il modo in cui tiene ripiegato il proprio DNA: alcune regioni coinvolte nella proliferazione diventano meno accessibili e la divisione rallenta.
Quando i ricercatori hanno disattivato Nesprin-2 nelle cellule tumorali, queste hanno recuperato la capacità di crescere anche in presenza delle normali sollecitazioni cardiache. La proteina sembra quindi trasformare il movimento del cuore in un messaggio biologico capace di raggiungere i geni.
L’analisi delle metastasi cardiache umane ha individuato modifiche della cromatina compatibili con quelle osservate nei modelli sperimentali. I campioni disponibili erano pochi, come prevedibile davanti a lesioni tanto rare, e questa parte del lavoro offre una conferma biologica senza misurare quanto il meccanismo pesi nei diversi pazienti.
La stessa protezione rende difficile riparare il cuore
La scoperta illumina anche un compromesso poco conveniente. Le forze che frenano le cellule tumorali contribuiscono a tenere ferme pure le cellule cardiache. Il cuore guadagna stabilità e una certa resistenza al cancro, mentre perde gran parte della capacità di ricostruirsi dopo un infarto o un’altra lesione.
Gli autori ipotizzano che, un giorno, stimoli meccanici controllati possano essere studiati per rallentare la crescita tumorale anche in altri tessuti. Per ora siamo nel campo della ricerca preclinica: mancano dispositivi, dosaggi e prove di sicurezza capaci di trasformare la pressione esercitata su una cellula in una terapia utilizzabile sulle persone. Lo stesso ICGEB precisa che lo studio non propone un’applicazione clinica immediata.
Rimane una spiegazione nuova per un vecchio enigma. Il cuore è attraversato dal sangue, riceve ossigeno e nutrienti e viene esposto alle cellule tumorali in circolo. Eppure offre loro un ambiente poco ospitale, dove ogni contrazione arriva fino al nucleo e invita la proliferazione a rallentare. Nel cuore, almeno, lavorare sotto pressione sembra avere un vantaggio.
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