Camp Miasma Recensione: tra adolescenza, sesso e morte, non è un film per tutti

Jane Schoenbrun non è una regista per tutti. Punta molto su un discorso autobiografico - per forza di cose non universale nel suo identificarsi trans e non binaria - costantemente rimodellato e astratto nel suo simbolismo di carne viva e pulsante alla David Cronenberg. Ma Jane Schoenbrun è una regista che parla a tutti (per quelli che vogliono ascoltare), e parla soprattutto ai cinefili consumatori di vhs, cultura pop e fenomeni internet.

Lo aveva già fatto col suo esordio, sporco come una creepypasta scoperta a notte fonda online, We're All Going to the World's Fair (inedito in Italia) e aveva continuato su questa riga con il sorprendente Ho visto la tv brillare (potete vedere qui il trailer) - arrivato da noi a noleggio - che ne hanno delineato una poetica ed un'estetica surreale quanto riconoscibile. Il suo nuovo film Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte continua il discorso dell'autrice su corpi e sesso con un twist metacinematografico paradossalmente ben più ancorato alla realtà rispetto ai suoi predecessori.

Slasher, corpi e identità alternative

In questo contesto stilistico si inserisce perfettamente la trama del film: alla giovane regista Kris (Hannah Einbinder) vengono affidate le redini di una storica saga slasher, Camp Miasma, all'epoca capace di competere con i più grandi capisaldi del genere come Venerdì 13 e Nightmare. Adesso la produzione che ne vuole il reboot si è affidata a lei per un nuovo film più moderno e inclusivo, per attrarre i giovani. Per il suo film però Kris vorrebbe ingaggiare Billy Presley (Gillian Anderson), la final girl protagonista del vecchio Camp Miasma, ritiratasi dalle scene appena dopo il primo capitolo del franchise. Kris la trova reclusa a Camp Tivoli, l'originario set dell'horror, dove cerca di convincerla a partecipare alle riprese, mentre il confine tra realtà e finzione del loro incontro inizia pian piano a farsi sempre più sottile.

Quello di Schoenbrun è un gioco di immagini che attira lo spettatore più fissato, quello più di nicchia, ma non cerca intellettualismi nel suo discorso filmico e non punta a quel tipo di horror dove le atmosfere sono la metafora di qualcosa di più profondo. La regista invece decostruisce - e ricostruisce - costantemente il genere, dandogli in pasto la riflessione sul suo rapporto con i corpi che questi film ritraggono. Camp Miasma non è da meno.

Boschi finti, neve dipinta, fondali chiaramente teatrali: l'estetica di Camp Miasma è deliberatamente posticcia, e non cerca mai l'horror "sofisticato" fatto di sottotesti nascosti. Eppure, sotto la superficie, il film lavora su una lettura stratificata: Kris diventa l'alterego della stessa regista, e la sua riscoperta della sessualità passa proprio attraverso lo scontro con Little Death, il killer del franchise il cui nome (eufemismo per l'orgasmo) dice già tutto sul film. Qui sesso e morte non sono opposti, ma la stessa cosa.

Riappropriarsi del desiderio

"Se diventa troppo reale puoi sempre spegnerlo", dirà Billy a Kris. Ma una scena all'inizio di Camp Miasma, tra una carrellata di gadget, DVD, action figure e oggettistica legata al franchise horror che non esiste, rappresenta il feticcio prima ancora del film. E il film si chiede quanto dell'identità del personaggio di Kris - sessuale, artistica, personale - sia davvero sua, e quanto invece sia stata influenzata da fattori esterni.

Così l'ossessione incontra il corpo reale, e l'horror slasher, che da sempre è un genere ossessionato dal corpo adolescenziale punito per il proprio desiderio, viene ribaltato in un film che quel desiderio lo restituisce come motore, non come colpa. E qui il discorso di Camp Miasma si avvicina a un discorso più ampio sull'identità e sulla riappropriazione.

È un processo che passa anche dal confronto generazionale tra le due magnetiche protagoniste, facce della stessa medaglia, quasi doppelgänger di chiara ispirazione lynchiana: Gillian Anderson è gelida e letale, un'attrice reclusa che ha imparato a proprie spese il prezzo della "purezza" richiesta alla final girl. Hannah Einbinder crea un perfetto contrasto: ironica, a disagio, ancora convinta di essere libera proprio perché non ha ancora fatto i conti con quella stessa dualità tra sesso e morte che il titolo del film mette in chiaro.

Camp Miasma è per chi vuole ascoltare

Durante il film nulla di tutto questo resta in superficie e anzi, al di là dell'aspetto surreale, è tutto abbastanza esplicitato attraverso il dispositivo meta-cinematografico, mai fine a sé stesso. Ogni passaggio interroga il confine tra ciò che siamo e ciò che consumiamo (prodotti e corpi).

Nel suo artificio dichiarato e nella sua messa in scena volutamente posticcia, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte trova comunque il modo di essere viscerale e vivo, rendendo fisico un discorso che sulla carta rischiava di restare puro esercizio concettuale. Se la regista non è per tutti, non lo sono neanche i suoi film - e non lo nasconde. Ma per chi è disposto ad ascoltarlo, Camp Miasma resta una delle riflessioni più oneste e sensuali (e che funziona soprattutto!) sull'identità viste di recente in un horror mainstream.