Calabria: un mare perfetto in una regione imperfetta?
Pubblicato il: 28/08/2026 – 7:24
di Francesco Bevilacqua*
Mi dispero quando sono costretto a discutere con persone che si prendono troppo sul serio. Mi è capitato, negli ultimi giorni, di fronte alla puntuale polemica estiva sul mare in Calabria. A spargerla sui social tipi umani che sino a giugno erano ancora impegnati nelle loro occupazioni e ad agosto si sono improvvisamente trasformati in biologi marini, pretendendo di discettare su colibatteri fecali, fioriture algali, eutrofizzazione etc. Si tratta quasi sempre di nostri corregionali che tornano in Calabria per le vacanze e che pretendono di trovare tutto in ordine, per prima cosa il mare. Gente che rivendica il diritto di fare il bagno in tutte le ore nel mare più pulito d’Italia, che invece, a loro parere, è inquinato da misteriosi veleni. Si aggiungono poi tanti che abitano qui ma che invocano la tutela dello stesso “diritto costituzionale” alla balneazione. Entrambe le categorie, per gran parte ignorano la storia e i problemi della Calabria e dei suoi mari. Mari che mettono pure in competizione fra loro, stilando classifiche impossibili fra l’uno e l’altro, ma dimenticando che se i depuratori non funzionano sul Tirreno non si comprende perché dovrebbero funzionare, invece, sullo Ionio.
E allora proviamo a spiegare. La Calabria ha un perimetro costiero di 780 km. Il che la pone fra le prime quattro regioni italiane. È molto complesso, per una regione amministrativamente indietro anni luce da altre, aver cura di un patrimonio costiero così vasto. In realtà, il 91% del suo territorio è fatto di colline e di montagne. Gran parte della popolazione ha vissuto per secoli in altura, quindi sconosce i problemi del mare. Le coste calabresi si sono gradualmente antropizzate, infatti, a partire dalla costruzione delle due linee ferrate costiere, quella tirrenica e quella ionica, nella seconda metà dell’800. E salvo poche eccezioni, sono densamente abitate solo da qualche decennio. Non abbiamo tradizioni marinare, dunque, né abbiamo la tutela del mare nel nostro DNA.

Ma arriviamo al punto. Le fognature in Calabria sono un fenomeno recente, diffusosi dal secondo dopoguerra in avanti. Gli impianti di depurazione sono arrivati ancora più tardi: non per evoluzione naturale ma solo grazie alla Cassa per il Mezzogiorno, negli anni ‘70. Poi c’è stata la lunga parentesi del commissariamento governativo in materia ambientale, che è durata 15 anni, dal 1997 al 2013, periodo in cui la regione è stata governata sia dalla sinistra che dalla destra. Ma la depurazione (dato questo poco noto) è tutt’ora affidata ad un Commissario Unico Nazionale per provare a sfuggire le procedure di infrazione dell’UE verso l’Italia. Sicché, a volerla dire tutta, l’ente regione – pur con tutti i suoi difetti – non è propriamente il primo verso cui i tipi di cui sopra dovrebbero rivolgere i loro strali. La rete impiantistica della depurazione è ancora sottodimensionata rispetto al carico di residenti provvisori che si riversano in Calabria nel mese di agosto. Il sistema ha molte falle. Quando i depuratori erano gestiti dai comuni, spesso agli stessi mancavano fondi e competenze. Ora che sono quasi tutti consortili (gradualmente la gestione verrà affidata alla Sorical), i problemi, acuiti da vecchie scelte infelici non più risolvibili, restano. Né è dato sapere quante risorse del PNRR siano state destinate all’ammodernamento degli impianti. Infine: l’ente preposto a controllare lo stato di salute del mare è l’ARPACAL. C’è un’ultima cosa da far rilevare: lo Ionio, per ragioni di correnti marine e di venti, è più fortunato in termini visivi ma non certo più pulito. Questo il quadro storico ed attuale entro cui si dibattono la balneazione e i mari di Calabria. Nonostante questo, qualcosa è cambiato da quando si vedevano navigare vicino alla battigia buste di plastica, scorze di cocomeri e rifiuti solidi.
E veniamo, finalmente, alle impellenze dei censori nostrani. Quel che mi fa sorridere è che queste persone giungono in Calabria come fossero marziani, pur avendo – molti di loro – vissuto qui per anni. Lo stesso vale ovviamente per quei calabresi residenti che si accorgono del mare solo ad agosto. Vorrebbero trovare tutto pronto per le loro abluzioni in un’acqua salata purissima. Dimenticano però che non viviamo in un mondo perfetto e che la Calabria è, in quel mondo, una delle regioni più imperfette per ragioni storiche. Certo, dobbiamo batterci con ogni mezzo perché migliori, ma è troppo facile prendersela sempre con i politici e le amministrazioni pubbliche. Anche noi cittadini siamo istituzioni e possiamo fare molto, piuttosto che limitarci a polemizzare sui social, che sono oggi dei veri e propri sfogatoi per assolvere noi stessi dal disinteresse verso la nostra terra. Anche per questo motivo non mi piacciono coloro che giudicano la Calabria e i calabresi con la superficialità di chi vive un’esistenza disincarnata rispetto ai luoghi e alle comunità. E questo vale per il mare ma anche per la montagna, per i boschi, per il paesaggio, per la ‘ndrangheta, per lo spopolamento, per chi resta e per chi parte, e via discorrendo. Ecco perché mi piacerebbe che prima di inondare il mondo di impressioni personali da contrabbandare per certezze più attendibili dei rapporti dell’Arpacal, si capisse che per rendere la Calabria migliore in tema di balneazione e di mare non bastano le fregole d’agosto dei nostri “tornanti” o l’indignazione dei nostri “restanti”. Occorre impegno per tutto l’anno, senso di responsabilità, cautela e, vivaddio, anche un pizzico di autoironia. E chissà che quella imperfezione che caratterizza la Calabria, quella perfezione impossibile del suo mare, quei contrasti, quelle ambivalenze non diventino motivi di attrazione e nello stesso tempo stimoli per un vero cambiamento. ([email protected])
*Avvocato e scrittore
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