Cabinovia Apollonio-Socrepes, appello dei residenti respinto: «La frana? Errori non provati»
CORTINA D'AMPEZZO (BELLUNO) - Le indagini penali sull’Apollonio-Socrepes sono tuttora in corso: la Procura di Belluno ipotizza da un lato la turbata libertà della gara d’appalto, dall’altro la frana e il disastro colposi. Ma sul piano della giustizia amministrativa, il caso della nuova cabinovia di Cortina d’Ampezzo può dirsi chiuso, quanto meno per il primo dei ricorsi presentati.
Infatti il Consiglio di Stato ha respinto l’appello dei residenti Ernesto e Andrea Curtolo contro i ministeri della Cultura e delle Infrastrutture, la struttura del Commissario straordinario, Simico, l’Autorità di bacino distrettuale Alpi Orientali, la Regione e il Comune. Sono stati rigettati tutti i 14 motivi dell’appello contro la sentenza pronunciata dal Tar del Lazio nel novembre scorso, a cominciare appunto da quello riguardante i timori per il dissesto idrogeologico.
Immagini e perizia
Padre e figlio, i Curtolo sono i proprietari della casa situata nel terreno che era stato oggetto di espropriazione. Contro il suo abbattimento era stato esposto un cartello di protesta. Proprio durante l’udienza per la richiesta di sospensiva, a dicembre, le ruspe si erano messe in moto, sicché praticamente in diretta era venuto meno l’interesse cautelare. Il procedimento di merito era invece andato avanti, per chiedere l’annullamento del provvedimento che aveva giudicato positivamente la compatibilità ambientale dell’opera e dell’atto che ne aveva approvato il progetto di fattibilità tecnica ed economica, fino ad arrivare alla sentenza.
Fra le diverse criticità prospettate dai cittadini, spiccava il «rilevante smottamento» registrato «negli ultimi giorni di agosto 2025» e documentato da immagini che avevano suscitato un interesse mediatico nazionale. Ma per i giudici «tale argomento, pur potendo risultare fortemente suggestivo, specie per chi vi si confronti in un contesto non tecnico (quale, però, non è il processo), risulta inammissibile in sede processuale in quanto inidoneo, di per sé, ossia quale mero accadimento, a comprovare l’errore di valutazione tecnica in cui sarebbe incorsa l’amministrazione».
La perizia commissionata dai residenti, nell’indagare le «cause di questo franamento», le collegava «agli sbancamenti effettuati», avvenuti «in maniera malaccorta» e cioè senza considerare «di trovarsi in un distretto di frana, con un versante costituito da materiali di frana». Secondo il Consiglio di Stato, però, «va evidenziato che su tale accadimento hanno preso puntuale posizione le amministrazioni coinvolte nel processo». Il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini aveva infatti ribattuto che «il fenomeno è consistito in un mero scivolamento superficiale del terreno che è stato prontamente gestito con una serie di interventi mirati», aggiungendo che «l’eventuale problema» andava semmai ricercato «nell’operato e nei cantieri di altri attori, privati, che operano nell’area e che non sono stati autorizzati dalla struttura commissariale».
Impatto e urgenza
Fra le altre doglianze, i residenti lamentavano poi la «mancata effettiva valutazione delle osservazioni e delle relative soluzioni progettuali» da parte del Comune. Il collegio giudicante ha invece rilevato che «nell’ambito del procedimento di valutazione d’impatto ambientale sono state prese in considerazione le possibili localizzazioni alternative dell’impianto».
A proposito della Via, la sentenza ha rimarcato che la procedura gode di «una amplissima discrezionalità che non si esaurisce in un mero giudizio tecnico». Di conseguenza, anche se «l’impatto è valutato rispetto all’incidenza ambientale e paesaggistica di una determinata infrastruttura o opera sull’ambiente circostante, si valorizza e si tiene conto anche delle implicazioni sociali, economiche e produttive correlate all’opera stessa».
Il verdetto ha citato pure il tema dell’urgenza. Stando ai Curtolo, la pubblica amministrazione avrebbe dovuto sospendere l’iter di approvazione del progetto di fattibilità tecnica ed economica, per poterlo coordinare con il parallelo procedimento di verifica e dichiarazione dell’interesse culturale dell’ex cabina Enel, oggetto a sua volta di demolizione. Ma per il Consiglio di Stato, in questa eventualità «si sarebbe verificata la sicura frustrazione del raggiungimento dell’obiettivo di realizzare l’opera nei tempi contingentati imposti dall’incombente manifestazione olimpica». La beffa è che alla fine l’Apollonio-Socrepes non è stata ultimata per i Giochi: l’apertura al pubblico è stimata per la prossima stagione invernale.