Bruno Barbieri: «Faccio una grande fatica a vedere mia madre malata, perché l’ho amata moltissimo. Non ho paura di invecchiare, ma di morire»
Per Bruno Barbieri è arrivato il momento dei bilanci, quello in cui si inizia a guardarsi alle spalle e a capire cosa si è seminato e cosa si è riuscito a raccogliere, quello in cui si prende consapevolezza di cosa è stata veramente la propria vita. E lo chef e noto conduttore televisivo lo fa attraverso il suo nuovo libro, Controluce - «non la biografia della mia vita, ma il racconto di uno spaccato di Bruno Barbieri, quello che la gente non conosce, quello più intimo, più profondo» - e le parole, i racconti che dispensa quando ci incontriamo. «È stata una vita complicatissima, difficilissima, però è una vita che alla fine mi ha reso felice», mi confessa all'inizio della nostra intervista, «e ho voluto raccontarla, anche perché sia d'ispirazione ai giovani, a chi sta attraversando un momento difficile. Qualcuno potrebbe dire: “sai, se ce l'ha fatta lui, ce la posso fare anch'io”». In 64 anni, quello che è riuscito ad affrontare sono: un padre distante e assente, con cui si è riconciliato solo pochi giorni prima che morisse, le varie avventure in cucina in giro per il mondo, tra alti e bassi ma sempre con una grande voglia di fare e di creare, il successo, quasi inaspettato, di MasterChef (la nuova stagione in arrivo a dicembre su Sky e NOW) e 4 Hotel (tutte le domeniche su Sky e NOW. Lo show Sky Original, prodotto da Banijay Italia, è inoltre sempre disponibile on demand) e il tradimento di persone che chiama “squali” perché «fiutano l'odore del sangue, il sapore della carne. Io sono stato ingenuo, non mi sono accorto che navigavano intorno a me. Però, sono ancora qua».
Cosa l'ha ferita di più del comportamento degli “squali”?
«La cosa che mi ha distrutto è stato il tradimento. Erano persone in cui io credevo, molto legate alla mia famiglia, che mi erano molto vicine… ma sa quando ottieni successo, tutti vogliono salire sul carro del vincitore e tu non ti accorgi più di chi sei, di chi sono loro e rischi di perderti. Ho vissuto dei momenti complicatissimi, ma non mi sono fatto travolgere… ho le spalle larghe io perché sono cresciuto così. Ma ho imparato una lezione importantissima: bisogna guardarsi le spalle perché c'è sempre qualcuno che vuole approfittarsi di te».
E ora? Riesce a riconoscerli prima che si avvicinino?
«Sì certo, adesso sì. Cresci, ti scotti e capisci chi ti è amico davvero nella vita: impari ad accorgertene. Oggi, faccio una grande selezione delle persone che ho intorno. E le dirò di più: io non sono arrabbiato con loro, non rinnego nulla. Mi hanno anzi permesso di capire chi voglio avere accanto».
Tra queste, c'è sicuramente la sua famiglia: le sue due sorelle, Brunella e Barbara, e sua madre, Ornella.
«Siamo sempre stati una famiglia molto unita. Eravamo molto forti e mia madre non ci ha fatto mai mancare nulla: è stata una donna eccezionale. Quando mio padre è partito per la Spagna per lavoro, lei ha gestito tutta la famiglia. Mi ha sempre dato tutto l'affetto di cui avevo bisogno, anche quello di mio padre che, quando ero un bambino, è mancato fisicamente, e poi è sempre stato distante. Ma grazie a lei, alle mie nonne, ho un ricordo felice della mia infanzia: piena di cibo, amore, cose belle… per me è stato il paradiso.
Sua madre ha 93 anni ed è affetta da demenza senile. Che tipo di rapporto riesce ad avere con lei in questo momento?
«Faccio una grande fatica a vederla così perché l'ho amata moltissimo. Si è sempre fidata moltissimo di me e io ho sempre ricambiato questa sua fiducia non tradendola mai. Anche ora che non è più così lucida, sa benissimo che non farei mai nulla che possa portarle dispiacere. Da figlio, sono sicurissimo che quando morirà - spero il più tardi possibile - se ne andrà felice perché ci siamo voluti davvero bene. È stata una bellissima storia d'amore tra madre e figlio».
A suo padre, però, è riuscito a dire “Ti voglio bene” solo quando aveva 55 anni, poco prima che morisse.
«Non glielo avevo mai detto prima. Però so di averlo amato moltissimo, anche se è stato un padre duro, che per tutta la vita mi ha detto “non sei buono a niente”. Era un uomo complicato, che mi ha trasmesso un grandissimo valore del lavoro: io sono come lui, testa bassa e lavorare. Poi non saprò mai cosa gli è passato davvero per la testa, perché è voluto andare in Spagna, cosa lo ha spinto, dopo anni, a tornare in Italia, ad avere quel rapporto con noi figli e, specialmente con me. Quando sono riuscito a dirgli “ti voglio bene” è stata una profonda liberazione».
Crede che abbia mai capito di aver sbagliato con lei o con le sue sorelle?
«Non era uno stupido, era un uomo colto, che leggeva… quindi, credo che, andandosene, abbia capito che gli era mancato avere una famiglia vera e che mi aveva fatto del male. E penso che fosse anche orgoglioso di me, di quello che avevo fatto, di ciò che avevo iniziato a fare con la televisione».
Le sue sorelle hanno sofferto un po' meno di lei questo rapporto?
«Non posso parlare per loro e poi credo che il rapporto tra figlio e padre e quello tra figlia e padre siano davvero molto diversi. Per tutti noi, è stato un uomo durissimo… forse un comportamento che derivava dall'essere il primo di 16 fratelli in una famiglia in cui era tutto difficile, complicato e impegnativo. Io ho fatto sempre in modo di coprire le mie sorelle, mi mettevo in mezzo, mi prendevo pure delle colpe, ma ero il loro scudo».
Come racconta, la sua vita è fatta di fughe: da quel primo impiego in una nave da crociera poco più che 18enne fino a tutte le altre che l'hanno portata in giro per il mondo. Le fughe sono state anche il suo modo per sfuggire al baratro. Quando si è riconciliato con suo padre ha smesso di fuggire?
«No, mai. Però, a differenza del passato, le fughe di oggi sono consapevoli… sono fughe per ritrovare pezzi di cose che vorrei inserire nel quadro finale della mia esistenza. Sa, ora non ho più vent'anni, ne ho 60 e inizio a pensarci. Certo, io spero di campare fino a 120 anni e se i buoni geni dei miei genitori valgono qualcosa, ho più possibilità di vivere a lungo».
Paura di invecchiare? Mai avuta?
«No, la mia unica paura è morire. Anzi, invecchiando, ho imparato a prendermi il mio tempo, a godermi di più la vita, a coltivare i miei interessi e quello che mi piace. Per me la vita finirà il giorno che non respiro più, quindi ho bisogno di questa linfa, di vivere come ho sempre vissuto, da vero grande Peter Pan».
Da vero Peter Pan, lei è una persona che ha vissuto anche di grandi sogni, come quello del Trigabolo di Argenta, il posto dove ha ottenuto la sua prima stella Michelin.
«Lavoravo con dei visionari, con delle persone che avevano un'idea del mondo gastronomico avanti di 30 anni. Ho lavorato lì per più di 15 anni, con dei sacrifici enormi… anni anche senza guadagnare un soldo perché avevamo degli obiettivi di formazione: volevamo diventare migliori e soprattutto imparare un mestiere».
Ma è la stella che le ha dato più soddisfazione? In fondo, dimostrava anche a suo padre che la carriera che aveva scelto, quella che lui aveva osteggiato, era giusta. Aveva ricevuto uno dei riconoscimenti più importanti in ambito gastronomico.
«No, direi proprio di no. Nel senso che tutti i miei lavori mi hanno sempre dato una grande soddisfazione. Credo che quello sia stato semplicemente il punto di partenza: un ristorante importante che ha cambiato per sempre la storia della cucina moderna, dandone un'idea diversa rispetto a quella della mamma, della nonna e della zia, a cui eravamo abituati».
La sua carriera, attraverso i suoi programmi tv, ha contribuito a cambiare radicalmente il modo in cui il pubblico percepisce la gastronomia e l'ospitalità. E questo è un risultato che possono vantare davvero pochi suoi colleghi nel settore.
«Ma la popolarità non ha cambiato me. Io continuo a essere una persona tranquilla che vive per raccontare delle emozioni. Devo molto a MasterChef perché mi ha dato non solo il successo, ma mi ha aiutato a mandare il messaggio che volevo al mondo della gastronomia, cosa che è molto più difficile fare quando gestisci un ristorante. E sto facendo lo stesso con 4 Hotel: abbiamo svecchiato il mondo alberghiero che era rimasto fermo agli anni '60 -'70. Sto girando la nuova stagione e ora, dopo averlo sottolineato per tante puntate, è difficilissimo trovare anche solo una bustina di plastica. Significa che, attraverso il programma, il messaggio arriva, che facendo squadra possiamo raccontare questo Paese in maniera eccezionale. E dopo aver viaggiato in lungo e in largo, le posso dire che noi italiani siamo veramente bravi, forse i più bravi, perché siamo generosi, abbiamo un'artigianalità nell'anima e nelle mani che non ha nessuno».
Invece qual è l'eredità che ha lasciato agli chef che hanno lavorato per lei?
«Ho sempre cercato di trasmettere qualcosa agli altri, che fosse il mio senso del lavoro, la mia etica, la mia idea di gastronomia. E quegli chef che ho formato adesso vanno in giro per il mondo, raccontando la loro storia, ma raccontano anche un pezzo di Bruno Barbieri».

Tra gli amici che ha in questo ambiente c'è sicuramente Antonino Cannavacciuolo.
«Può scriverlo a caratteri cubitali: è una persona che amo perché è molto profonda. La gente conosce lo chef, le pacche, ma Antonino è una persona che ti aiuta molto psicologicamente, ti telefona, ti chiede come stai. Non è da tutti. È una persona che veramente nella vita bisognerebbe incontrare».
Non ha lo stesso rapporto con gli ex giudici MasterChef, Carlo Cracco e Joe Bastianich.
«Abbiamo vite diverse e questo ci porta a non sentirci. Con Antonino è diverso perché abbiamo più possibilità di frequentarci, ma ad esempio se penso a Giorgio (Locatelli ndr.), ci sentiamo, ma lui vive in Inghilterra, lontano, quindi non c'è lo stesso rapporto di Antonino. Stimo moltissimo Carlo e Joe e soprattutto di Joe invidio molto quella mentalità molto americana per cui se hai successo nel tuo lavoro, la gente ti cerca, vuole capire e conoscerti perché ce l'hai fatta. In Italia, invece, arrivano solo gelosie, invidie e situazioni spiacevoli. E sa qual è l'unica soluzione in questi casi?».
Mi dica pure.
«Non servono l'analista, lo psichiatra, le pillole. L'unica soluzione è guardarsi un pochino più dentro e smettere di parlare degli altri. Tutti sono pronti a giudicare, senza neanche conoscere le persone. E l'unico modo per difendersi da queste situazioni è avere le spalle larghe».
Tra le centinaia di posti che ha visitato nella sua vita, qual è quello in cui si è sentito davvero a suo agio?
«Bologna è la città dove sono nato, il mio DNA. Posso andare a vivere dove mi pare, anche sulla Luna, ma le mie radici sono quelle. Ma a parte lei, gli Stati Uniti sono un posto che amo, che ho amato e che frequento moltissimo durante l'anno. Poi c'è il Sud America che per me è come andare a casa. L'Amazzonia brasiliana, il Venezuela, Los Roques… sono tutti posti in cui sono stato davvero felice».
Nel libro scrive che negli Stati Uniti vorrebbe aprire un B&B sulla spiaggia.
«Sì, è uno dei tanti sogni che ho. Un piccolo B&B, una piccola posada in cui la gente che mi ama e che ha voglia di raggiungermi possa trovarmi. So che sembra una frase fatta, ma i sogni ti portano lontano. Io sogno ancora adesso che ho più di 60 anni. I sogni ti portano a vivere una vita bella, così come la vorresti vivere».
A proposito di sogni… se dovesse immaginare di riunire tutta la sua famiglia, quale piatto cucinerebbe?
«Quello che ho mangiato per quasi tutte le domeniche della mia vita: tortellini in brodo e il carrello dei bolliti. Magari, oggi li servirei in maniera un po' più moderna, ma non sceglierei nient'altro. Pensi che quando ero malato, da bambino, mia mamma mi faceva i tortellini e il giorno dopo stavo già meglio. In qualunque casa abbia mai abitato, anche negli Stati Uniti, nel freezer c'è sempre un sacchetto di tortellini. Sono i miei ricordi, la mia famiglia, la mia casa».