Bologna non dimentica la strage del 2 agosto: «La verità va difesa dal revisionismo»

Nel 46° anniversario della strage della stazione, migliaia di persone hanno partecipato al corteo della memoria. I familiari delle vittime criticano il ministro Nordio e avvertono: «La verità va difesa dal revisionismo». Lepore ricorda una città che «si mise al servizio della vita». Al corteo anche i parenti di Fakir

«A inizio agosto di mattina, come sempre». Tenere viva la memoria di quel 2 agosto 1980, quando una bomba travolse e uccise 85 persone, ferendone più di 200, è per Bologna un rito laico, come quello dei viaggiatori che si erano recati in stazione per vacanze o per lavoro immortalati da Matteo Fantuzzi nella sua poesia Il senso di una strage.

Nel 46esimo anniversario della strage della stazione, Bologna si è svegliata in un silenzio carico d'attesa, che si è liberato in un lungo e commosso applauso quando il corteo è partito, poco dopo le 9, da piazza del Nettuno. Niente cori, grida o canti, ma un atteggiamento rispettoso ed emozionato hanno accompagnato lungo via dell’Indipendenza i gonfaloni delle città colpite, i familiari delle vittime, i vigili del fuoco e i rappresentanti delle istituzioni fino a piazza Medaglie d’Oro. 

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A sfidare il caldo per ricordare le vittime e, soprattutto, la risposta della città e i suoi valori di democrazia e partecipazione, c’era qualche migliaio di cittadini. Tra i politici, oltre al sindaco Matteo Lepore, il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale, il suo precedessore Stefano Bonaccini, la segretaria Pd Elly Schlein (bolognese d'adozione) e la sindaca di Genova, Silvia Salis. Per il centrodestra di governo, invece, solo il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni.

«Quarantasei anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci. Quello che è accaduto il 2 agosto del 1980 rappresenta una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionale. Oggi ci uniamo, ancora una volta, ai familiari delle vittime e a tutti i bolognesi in questa giornata di dolore e commemorazione. Il governo continuerà a fare la propria parte nel complesso cammino che è necessario portare avanti per fare piena luce sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia nel Dopoguerra», ha scritto in un comunicato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, evitando di citare la matrice fascista della strage.

«Io penso che soprattutto chi governa debba dare piena lettura e piena attuazione alle sentenze. Che hanno appurato la matrice neofascista di una strage terroristica eversiva, condotta con la collaborazione di apparati deviati. Per governare è importante anzitutto conoscere la storia del nostro paese», è stata la risposta di Schlein.

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Tra la folla anche i familiari di Abderrahim Fakir, il 42enne che domenica 19 luglio - tra contenzione e urla di dolore - è deceduto a seguito di un’operazione di polizia sotto gli occhi dei sanitari presenti.

L’appello dei familiari delle vittime

La strage della stazione è il più grande eccidio in tempo di pace della storia d’Italia: 85 morti e più di 200 feriti. Un attentato parte di una strategia eversiva neofascista, non esente da rapporti con apparati deviati dello stato e con la loggia P2, accertata da tre gradi di giudizio che, però, ancora oggi qualcuno cerca di mettere in dubbio.

È contro di loro che, tra i continui scoppi di applausi, sempre più forti, ha puntato il dito Paolo Lambertini, neo presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage. «Ancora oggi, a 46 anni di distanza, assistiamo a continui tentativi di revisionismo e di disinformazione che hanno come obiettivo quello di “normalizzare”, nel dibattito pubblico e nella società», le posizioni degli stragisti «come se si trattasse di detenuti comuni e non di eversori dell'ordine democratico. Come se lo stragismo fosse considerabile un reato qualsiasi, anziché un attentato alla nostra democrazia e alla libertà collettiva».

In particolare, Lambertini ha messo nel mirino il fronte schierato a difesa di Gilberto Cavallini, recentemente condannato in Cassazione. Il prossimo 15 ottobre, la sua difesa cercherà di ottenere nuove prove per far riaprire la cosiddetta “pista palestinese”, che però è stata già da tempo smontata in sede giudiziaria. «Bastano questi episodi a indicarci che è necessario tenere la guardia alta», il commento di Lambertini.

L’unico a parlare dal palco oltre a Lepore, Lambertini ha quindi ripercorso quella strategia eversiva e le tappe che ne hanno permesso l’accertamento. Perché, ha sottolineato, memoria non è solo ricordare, ma pretendere e tramandare la verità. Ha citato, dunque, i protagonisti di quella stagione, a partire dagli ultimi attentatori condannati in via definitiva: Cavallini e Paolo Bellini. E poi i funzionari dei servizi segreti coinvolti nei depistaggi, come Domenico Catracchia, e il ruolo della P2 e del tentativo di sovversione dell’ordine democratico tentato da Licio Gelli, richiamando i documenti tramite cui la verità è stata (anche se solo in parte) ricostruita: il “Piano di rinascita democratica” e il “Manuale Westmoreland” - dalla firma del generale americano William Westmoreland del 1981, e “Artigli” - un documento recapitato nel 1987 dal capo della polizia Vincenzo Parisi al ministro dell'Interno Amintore Fanfani in cui Gelli minacciava di ricattare lo Stato rivelando verità occulte.

L’attacco a Nordio

«Oggi sappiamo che i vertici della loggia P2 intendevano imporre il Piano di rinascita democratica sotto la spinta destabilizzante delle bombe e del terrorismo indiscriminato», ha detto Lambertini, per raggiungere obiettivi chiari: «Dal controllo della magistratura a quello dei mezzi di informazione; dall'indebolimento dei sindacati alla riduzione della partecipazione democratica dei cittadini». Quindi un attacco diretto al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha dichiarato di non conoscere quel documento. Un fatto inaccettabile da parte di un membro del governo, il cui nome è stato salutato da un mare di fischi.

Ma la strage, per Bologna, non è solo i morti e i feriti, i neofascisti, i massoni e i mistificatori. È, anche, un momento identitario in cui la città ha dato prova dei suoi valori. Rappresentati da personaggi come Enzo Cicco e Giorgio Lolli, che poco più che 18enni furono tra i primi ad accorrere sul luogo dell’esplosione con una telecamera, registrando per l'intera giornata le immagini dei soccorsi. Filmati, ha ricordato Lambertini, che per volontà degli stessi autori sono sempre rimasti disponibili per chiunque li abbia voluti utilizzare.

Gli autobus e i taxi usati come ambulanze, i cittadini venuti a scavare tra le macerie, ha ricordato il sindaco Lepore, sono l’immagine di una «città intera che si mise al servizio della vita, senza distinzioni, senza calcoli», contro la «teologia e il culto della morte» propalato dalla cultura neofascista. «Quella risposta — popolare, solidale, profondamente democratica — è parte della nostra identità tanto quanto il dolore di quel giorno, e sarà per sempre ricordata dal conferimento della medaglia d’oro al valor civile da parte del presidente della Repubblica Sandro Pertini».

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La ricerca della verità, però, non è ancora finita. Ancora molti documenti, ha ricordato Lambertini, devono essere desecretati: un’iniziativa avviata dai governi Prodi, Renzi e Draghi, che il rappresentante dei familiari delle vittime auspica possa essere proseguita dall’attuale esecutivo.

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