Blitz del nucleo Cites dei carabinieri, vendevano cuccioli malati imbottiti di farmaci: 5 arresti

«L’abbiamo insaponato per bene, a quel cane gli mancava soltanto la sella». Ridacchiavano al telefono, sicuri che il raggiro non sarebbe mai stato scoperto. Quel cucciolo spacciato per un piccolo animale “toy” e diventato invece un bestione da tredici chili, una stazza da “cavallo”, appunto, suscitava in loro ilarità. Ma la truffa delle dimensioni era in realtà la punta di un iceberg immerso in un mare di crudeltà. Oltre alla beffa, c’era il dramma: la sua aspettativa di vita sarebbe stata brevissima. Il modus operandi era collaudato. I cuccioli, strappati alle madri ben prima dello svezzamento, venivano imbottiti di farmaci, soprattutto cortisone. Quanto bastava a camuffare la loro reale età - inferiore ai due mesi - e presentarsi in buone condizioni di salute. Dopo pochi giorni, quando il cucciolo era ormai tra le braccia di quella sarebbe dovuta essere la sua nuova famiglia umana, puntuale arrivava il tracollo e, in almeno settanta casi, il decesso. Un meccanismo commerciale fraudolento, interrotto dall’indagine condotta dai carabinieri del Nucleo Cites di Napoli, culminata ieri in cinque arresti, a fronte di dieci indagati, e i sigilli apposti a quattro punti vendita: tre dislocati nell’area della Ferrovia, a Napoli, e un ultimo a Torre Annunziata.

Cucciolo abbandonato 

L’indagine prende piede nel 2022 durante un accertamento eseguito nell’ambito di un’inchiesta parallela. I militari del Nucleo diretto dal comandante Marco Trapuzzano notano un furgoncino Fiat parcheggiato male. Decidono di pedinane i successivi spostamenti e, dopo poco, un misterioso fagotto viene abbandonato sull’asfalto del Centro Direzionale. Inizia tutto così, da un cucciolo agonizzante, morto due giorni più tardi in clinica. Eppure le sue ultime ore di vita hanno aperto un varco in una storia di cinismo, sangue e denaro facile. Mille pagine di ordinanza firmate dal gip Giovanni Vinciguerra e l’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Giulio Vanacore e dall’aggiunto Antonio Ricci raccontano oggi come un’organizzazione familiare avesse trasformato l’amore per gli animali in un tritacarne da decine di migliaia di euro. Cinque misure cautelari - tre in carcere, due ai domiciliari - quattro negozi sotto sequestro tra corso Garibaldi, via Casanova e via Marina (Ju Mangi, Snoopy e ZooPalma) e Torre Annunziata e dieci indagati complessivi. Al centro del sistema la famiglia Esposito, con tre fratelli padroni di fatto e registi di un traffico che andava ben oltre la semplice truffa commerciale.

La tecnica 

Il meccanismo era diabolico. I cuccioli arrivavano dall’Ungheria stipati in mezzi di fortuna oppure venivano comprati sul territorio da improvvisati allevatori locali che li facevano riprodurre in batteria. Strappati alle madri ben prima dei sessanta giorni di legge per essere spacciati come esemplari “mini toy”, sbarcavano a Napoli già debilitati, privi di difese immunitarie, divorati da parassitosi aggressive come la Giardia, dal cimurro e da gastroenteriti virali. Per nascondere il disastro scattava la “cura” ricostituente: gli animali venivano “bombati” di antibiotici e cortisone. Giusto il tempo di incassare i contanti, dai 400 fino a 1.000 euro, e completare la vendita. Facevano persino leva sugli affetti familiari. La tecnica regina: mettere il cagnolino direttamente tra le braccia del bimbo di turno. A quel punto l’affare era chiuso. Passati due giorni, l’effetto dei farmaci svaniva e iniziava l’incubo. Iniziavano le cure costosissime e l’epilogo tra le lacrime.