Bimba di 6 anni aggredita al parco, i docenti: "Violenza impone una riflessione"

BolognaToday

Redazione 06 settembre 2026 13:11

Ha appena sei anni e sarebbe stata circondata e presa a calci da un gruppo di bambini, tutti giovanissimi, mentre si trovava al parco insieme alla madre. È l'episodio avvenuto nel parco di San Donnino, nel quartiere San Donato, che sta suscitando indignazione e interrogativi soprattutto per l'età dei minori coinvolti. I fatti sarebbero avvenuti intorno alle 17 di giovedì. La bambina stava passeggiando nel parco con la mamma quando cinque bambini, di età inferiore ai dieci anni, le si sarebbero avvicinati, l'avrebbero circondata e quindi colpita con alcuni calci. A intervenire sarebbe stata proprio la madre che, vedendo la figlia a terra, avrebbe messo in fuga il gruppo. La piccola è stata poi accompagnata al Policlinico Sant'Orsola per ricevere le cure necessarie.

La polizia cerca di ricostruire quanto accaduto

Sul caso sono in corso gli accertamenti della polizia, che sta cercando di ricostruire con precisione la dinamica e identificare i bambini coinvolti, anche attraverso la visione delle immagini delle telecamere presenti nella zona. Stando alle prime informazioni, la bambina e gli altri minori non si conoscevano. La madre avrebbe riferito di non averli mai visti prima. Data la giovanissima età, i bambini indicati come responsabili dell'aggressione non sono imputabili. Ed è proprio l'età dei protagonisti a spostare il caso anche sul terreno educativo. Sull'episodio interviene infatti il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che esprime "seria preoccupazione" e invita, in attesa che gli accertamenti chiariscano esattamente quanto accaduto, a evitare conclusioni anticipate.

I docenti: "La risposta non può esaurirsi nella riprovazione"

"La particolare gravità dell'episodio, qualora la dinamica riferita trovi conferma, deriva anche dalla giovanissima età dei bambini coinvolti", sottolinea il Coordinamento presieduto dal professor Romano Pesavento. Per il CNDDU, di fronte a comportamenti aggressivi così intensi durante l'infanzia "la risposta non può esaurirsi nella riprovazione del gesto". La questione è capire come un bambino impari "a riconoscere il limite, governare l'impulsività, comprendere le conseguenze delle proprie azioni e affrontare il conflitto senza ricorrere alla sopraffazione". Competenze che, ricordano i docenti, non sono innate ma maturano progressivamente e richiedono "la presenza coerente degli adulti nei diversi contesti di crescita".

"Scuola, famiglia e servizi devono lavorare insieme"

Un ruolo centrale viene attribuito alla scuola, considerata uno dei primi luoghi nei quali i bambini imparano a stare insieme, rispettare regole comuni e gestire conflitti e dissenso. Secondo il Coordinamento, la prevenzione non può però cominciare soltanto quando esplode un caso grave. Occorre riconoscere tempestivamente eventuali segnali di difficoltà: aggressività ricorrente, incapacità di gestire la frustrazione, comportamenti prevaricatori o la tendenza a seguire il gruppo quando mette in atto condotte lesive. Segnali che non devono portare a "processi di stigmatizzazione del minore", precisa il CNDDU, ma richiedono osservazione e attenzione educativa e, quando necessario, un raccordo tra scuola, famiglia e servizi. C'è poi il peso del gruppo dei pari. Nei bambini l'appartenenza al gruppo può condizionare fortemente i comportamenti individuali. Per questo educare alla responsabilità significa anche insegnare a riconoscere quando gli altri stanno superando un limite, a non partecipare e a chiedere l'intervento di un adulto.

Il CNDDU: "Cautela sul riferimento alle origini dei bambini"

Il Coordinamento interviene anche sul modo in cui il caso è stato raccontato. Le prime cronache hanno fatto riferimento alla presunta origine nordafricana dei bambini coinvolti, un elemento che secondo i docenti non dovrebbe diventare una chiave di lettura dell'accaduto. "L'origine familiare o geografica non costituisce, di per sé, una categoria esplicativa di un comportamento aggressivo e rischia di distogliere l'attenzione dalla questione educativa posta dall'episodio", osserva il CNDDU. Analoga cautela viene richiesta nell'utilizzo di espressioni normalmente associate alla devianza degli adolescenti o degli adulti. "Appare opportuno evitare l'applicazione automatica a bambini di questa età di definizioni mutuate dal linguaggio della devianza adulta". La priorità, sottolineano i docenti, resta naturalmente la tutela della bambina. Ma se gli accertamenti confermeranno quanto ricostruito finora, sarà necessario anche "comprendere le condizioni che hanno favorito una condotta tanto grave e individuare interventi educativi adeguati all'età e alle specifiche situazioni".

FdI: "Più presidio della polizia locale"

Sul caso sono intervenuti anche Gabriele Giordani, consigliere comunale di Fratelli d'Italia, e Giovanna Conza, consigliera di quartiere FdI. "Quanto accaduto al parco San Donnino è conseguenza di una cultura del sopruso e della prevaricazione che viene spesso trasmessa o appresa nell'ambiente domestico o frutto di un abbandono educativo", sostengono i due esponenti di Fratelli d'Italia. Per Giordani e Conza i servizi sociali dovrebbero "monitorare maggiormente le situazioni familiari del territorio e prendere in carico i casi che possono poi portare ad atti di questa gravità, anche confrontandosi con gli istituti scolastici di riferimento". FdI chiede inoltre un rafforzamento della presenza della polizia locale nel territorio: "Riteniamo necessario un maggior presidio per dimostrare che non esistono zone franche e la presenza di personale in divisa può aiutare a instaurare una nuova cultura della legalità".

Il caso fa discutere anche sui social

La vicenda ha provocato numerose reazioni anche sui social network. C'è chi descrive il quartiere San Donato come una "polveriera", chi utilizza l'espressione "baby gang" e chi invoca conseguenze per i responsabili nonostante la loro età. Proprio su questo punto il Coordinamento dei docenti invita però a riportare la discussione sul terreno della responsabilità educativa. "Di fronte a comportamenti di tale gravità manifestati in un'età così precoce – conclude il presidente Romano Pesavento – la questione centrale non riguarda soltanto l'intervento successivo all'episodio, ma la capacità delle istituzioni educative e della comunità adulta di predisporre condizioni di prevenzione, ascolto e accompagnamento".