Berardina lotta: "Capodacqua vive se noi torniamo"

Berardina Di Cesare, attiva fin dai primi drammatici momenti, racconta una comunità che continua a lottare

Berardina Di Cesare, attiva fin dai primi drammatici momenti, racconta una comunità che continua a lottare

A dieci anni dal terremoto del 2016, Capodacqua continua a vivere tra la voglia di tornare e le difficoltà della ricostruzione. Berardina Di Cesare, attiva fin dai primi drammatici momenti, racconta una comunità che, nonostante tutto, continua a organizzare iniziative e a difendere il legame con il paese.

Come ricorda quella notte?

"Mi ricordo per filo e per segno quei giorni. Quando stavo tornando a La Spezia mi chiamò Alessandra Allevi. Per tre volte dovette ripetermi: "Bera, Amatrice, Accumoli non esistono più". Io non volevo crederle. Quella telefonata è rimasta impressa nella mia mente. Quella notte segna una fine e, allo stesso tempo, l’inizio di qualcosa che secondo me non finirà mai".

Cosa significa oggi continuare a tornare a Capodacqua?

"È una forma di coraggio. Io vado ancora a Capodacqua, anche solo per fare l’orto o prendere l’acqua alla fontana. Il pomodoro o la patata coltivati lì valgono oro, perché rappresentano il nostro legame con quel luogo. Lo fanno in tanti: c’è chi ha l’orto, chi tiene le galline, chi torna con la neve, con la pioggia o con il sole. Se non ci fossero queste persone, Capodacqua sarebbe morta".

In questi anni ha portato avanti molte battaglie. Perché?

"Perché da soli non si va da nessuna parte. Io posso farmi promotrice, ma dietro ci sono tanti paesani. Abbiamo organizzato feste, rievocazioni, Giornate della Cultura, iniziative con il FAI e il Festival dell’Appennino. Abbiamo coinvolto enti e associazioni. Non è facile, ma facciamo di tutto pur di non far morire il territorio".

E la ricostruzione a che punto è?

"Questo è il nodo più doloroso. A Capodacqua, oltre ad alcune case fuori dalla zona rossa, il tessuto interno del paese è ancora molto indietro. Tra sottoservizi, acquedotto Ciip e ricostruzione siamo in alto mare. Sono passati dieci anni e sono tanti. Non voglio colpevolizzare chi oggi gestisce la ricostruzione: secondo me tutti, nel corso degli anni, avrebbero potuto fare qualcosa in più. In un comune montano si può lavorare soprattutto da aprile a ottobre. Quando arriva novembre, i lavori diventano ancora più difficili".

Quanto pesa questa situazione sulla speranza di tornare?

"Molto. C’è chi continua a crederci e chi invece si è rassegnato e dice: "Tanto non ricostruiscono". Se i lavori non partono, la gente perde fiducia. Io non sono rassegnata, ma a volte mi chiedo chi ce lo faccia fare. Poi penso ai nostri antenati e mi dico che dobbiamo continuare".

Dopo dieci anni, qual è la parola che descrive meglio Capodacqua?

"Resistenza. Non mi sento un’eroina ma, finché potrò, continuerò a pronunciare il nome di Capodacqua, a raccontarla e a farla conoscere".

p.erc.