Beko non è l’unica, altre 21 aziende marchigiane pronte a licenziare

di Giovanni De Franceschi
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mercoledì 2 settembre 2026, 03:10 - Ultimo aggiornamento: 11:29
ANCONA Una regione in transizione, chiamata a risollevare la testa e trovare una via d’uscita. È la sfida che stanno affrontando le Marche, un territorio che ha perso lo status di locomotiva economica con un Pil pro capite superiore al 100% della media UE. Erano gli anni d’oro della grande, ma anche della media e piccola industria marchigiana.
Il quadro
Ora siamo nel mezzo e non possiamo permetterci di scivolare tra le regioni considerate meno sviluppate. Non giriamoci intorno, il quadro resta complicato. E probabilmente sarebbe stato anche peggio senza gli interventi messi in campo: basti pensare che solo la Regione ha investito 100 milioni di euro negli ultimi anni per le politiche del lavoro. Nel 2026 sono 21 le aziende che hanno attivato ufficialmente un piano di licenziamento complessivo, per un totale di 285 esuberi previsti (ovviamente si parla di previsioni e si spera che a conclusione dei piani i numeri possano essere leggermente inferiori). Guida il Fermano con 94 licenziamenti in sei aziende (Italtacco, Walk On, Manni, SI SRL, AGP, Tris Meccanica). A seguire l’Anconetano: 89 esuberi in 7 aziende (Ikonic, ITM, Amaco, 2 Emme, Pieralisi, Siva, Engeniering). Chiude il podio Pesaro-Urbino: 49 esuberi per 3 aziende (Hsd, Ilva Glass, Logi 83). Quindi Macerata con 39 esuberi per tre aziende (Calzaturificio London, Engie, Delta) e il Piceno 17 licenziamenti in due aziende (T53, Casa Piocheur).

Le maxi crisi
A questo quadro già preoccupante bisogna aggiungere i Piani già attuati e quelli minacciati dai grandi gruppi industriali: Beko in primis ed Electrolus subito dopo. L’azienda del gruppo turco Arcelik, che ha rilevato gli stabilimenti ex Whirpool, l’anno scorso ha siglato un accordo nazionale per una procedura che prevedeva nelle Marche 217 licenziamenti per gli stabilimenti di Fabriano e Melano, e altri 89 per quello di Comunanza. A distanza di un anno, però, quei maxi tagli non sembrano aver prodotto i risultati sperati. Secondo stime sindacali solo per Melano dai 65 esuberi previsti, grazie ad accordi di uscite anticipate, i lavoratori che hanno lasciato il gruppo ad oggi sono oltre 90. E la cassa integrazione viaggia sugli stessi livelli dello scorso anno, se non maggiori. Tanto che lo stabilimento si fermerà del tutto dal 23 al 30 settembre. Idem per Comunanza, dove dopo un inizio d’anno che sembrava promettente, la cassa integrazione è ripresa ai ritmi del 2025. Tanto per fare un esempio ad agosto si è lavorato solo un giorno. Il 1° ottobre summit al Mimit con Regione e sindacati. Un totale di 656 persone che hanno già perso o rischiano di perdere il posto di lavoro. L’altra bomba gigantesca che rischia di scoppiare è quella dell’Electrolux, l’azienda ha minacciato di chiudere lo stabilimento di Cerreto d’Esi e licenziare 170 persone. Dopo la levata di scudi di Governo e Regione, oltre che di lavoratori e territorio, al momento si è in attesa di capire le prossime mosse. La società non sembra voler recedere dal suo intendimento: giovedì e venerdì ci saranno tavoli tecnici con i sindacati. Intanto il governo ha chiesto entro i primi di ottobre un nuovo piano industriale che tuteli produzione, stabilimenti e lavoratori. Allargando il quadro per cercare di dare una dimensione complessiva, non va dimenticato che il colosso Cnh di Jesi, solo negli ultimi tre anni, ha perso 125 lavoratori. A fine 2026 scadono i due anni di cassa integrazione e il 23 settembre è previsto un incontro al Ministero per attivare ammortizzatori sociali in deroga. Anche per la Biesse di Pesaro il contratto di solidarietà che prevede la cassa integrazione a rotazione per 1.500 lavoratori (compresi quelli della costola Hsd) scade a breve, a ottobre. E quasi sicuramente si andrà verso un rinnovo. È una sfida dura, appunto. Ma abbiamo anche tutte le carte per riuscire a spuntarla.
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