Attivisti per la Palestina: "Bloccati al caldo in condizioni precarie. Vogliamo solo aiutare"
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Il convoglio, tra cui una modenese, è fermo al confine tra Turchia e Iraq. Solange Pichler: "Incomprensibile, abbiamo i documenti in regola. Non rinunceremo alla missione umanitaria". Appello a console e governo.

Il convoglio, tra cui una modenese, è fermo al confine tra Turchia e Iraq. Solange Pichler: "Incomprensibile, abbiamo i documenti in regola. Non rinunceremo alla missione umanitaria". Appello a console e governo.

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"Non sappiamo quanto potremo resistere in questa condizione: tutti abbiamo un visto approvato per entrare in Iraq, che tra l’altro è stato costosissimo. Vogliamo andare avanti e portare a termine la missione". Sono precarie le condizioni in cui si trovano gli oltre trecento attivisti del Palestine Convoy, bloccati al confine tra Turchia e Iraq mentre cercavano di portare aiuti umanitari e solidarietà a Gaza e al popolo palestinese. Il caldo è insopportabile: parliamo di cinquanta gradi e più così come le condizioni igienico sanitarie sono precarie. Tra loro, come noto, ci sono anche la modenese Solange Pichler, il reggiano Angelo Fabio Valenti e la bolognese Maria Carla Biavati. Giovedì sera è stata anche organizzata una marcia pacifica verso la frontiera irachena.
A chiedere l’intervento del governo, interessando il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è stata nei giorni scorsi l’onorevole M5s Stefania Ascari che, in merito al blocco degli attivisti, ha presentato un’interrogazione. "Il primo giorno ci siamo sistemati in questo accampamento improvvisato; gli organizzatori, insieme alla Croce Rossa turca, si sono impegnati per tenerlo il più pulito possibile, dandoci un senso di stabilità – sottolinea Pichler –. Per noi è fondamentale che il governo iracheno capisca che arriviamo con intenzioni pacifiche e che non rinunceremo a far valere i nostri diritti: questa è la prima cosa che abbiamo voluto esprimere. Quindi ci siamo organizzati e adesso l’impegno sarà quello di tenere puliti i pullman che vengono utilizzati come casa: dormiamo e mangiamo all’interno oltre a proteggerci dal calore". E’ il posto dove troviamo refrigerio durante il giorno mentre, per poter utilizzare il wifi, attraversano il confine turco nei presidi offerti.
Le condizioni igienico sanitarie, però, sono appunto al limite. "Giovedì abbiamo fatto la prima doccia, poi attendiamo la distribuzione del cibo. Per quanto riguarda invece il nostro carico di aiuti, fortunatamente sui mezzi non ci sono generi deteriorabili: ci sono più che altro biscotti e acqua mentre il resto degli alimenti lo trasporta la Croce Rossa. Ha chiamato il console generale, dottor Tommaso Sansone che ci ha chiesto il dettaglio del viaggio, i visti e lo stato dell’arte dal punto di vista nostro e dell’organizzazione di stampo umanitario. Ci ha chiesto se abbiamo piani B e C ma noi vogliamo portare avanti il piano A: abbiamo documenti in regola e vogliamo entrare – sottolinea ancora l’attivista modenese –. Ha parlato inizialmente di un rischio sicurezza nostro, ma è stato sfatato: da mesi è in corso una interlocuzione tra il promotore e il governo iracheno, motivo per cui se vi fossero stati motivi di rischio non avrebbero neppure erogato il visto. Ora le istituzioni continueranno ad interloquire per capire il perchè di questo blocco, che intenzioni hanno e quanto resteremo bloccati qua". Il reggiano Angelo Fabio Valenti aggiunge: "Come tutti i componenti del convoglio da quattro giorni siamo bloccati al confine, dopo aver passato quello della Turchia. Siamo davanti ai cancelli dell’Iraq, su un ponte sotto il sole a cinquanta gradi. Ormai le condizioni igieniche iniziano ad essere preoccupanti; due persone del convoglio sono state male. Hanno montato bagni pubblici, ma non sono adeguati al numero di persone presente anche perchè c’è una sola doccia e piccolissima". Ad esprimere solidarietà a tutte le attiviste e gli attivisti del Palestine Convoy è Rifondazione comunista. "Il loro viaggio non è solo un convoglio di aiuti: è un gesto concreto di denuncia contro il genocidio, l’occupazione e l’apartheid".
Come ricordano gli stessi partecipanti, "i palestinesi non avrebbero bisogno di aiuti umanitari se cessasse l’occupazione".
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