Attentato Ranucci, Lavitola ai giudici del riesame: “Amicizia con lui per un riscatto sociale”

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Gli avvocati Arturo e Sergio Cola sulle dichiarazioni spontanee rese dall’imprenditore nelle tre ore di udienza

Valter Lavitola – accusato di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, avvenuto nel comune di Pomezia, in provincia di Roma, a ottobre del 2025 – nel corso delle dichiarazioni spontanee davanti ai giudici del Riesame avrebbe ammesso che dall’amicizia con Ranucci, derivava anche un vantaggio personale. “Ha parlato di un riscatto sociale di cui sentiva il bisogno dopo le note vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto. È stato un beneficio collaterale che non ha nascosto, ma diverso dal movente contestato dall’accusa”, lo riferiscono gli avvocati Arturo e Sergio Cola. L’udienza è durata poco più di tre ore. Dopo la discussione dei suoi difensori, il collegio si è riservato la decisione. I giudici dovranno stabilire se concedere a Lavitola gli arresti domiciliari e se dichiarare decaduta la misura cautelare per decorrenza dei termini. 

“Movente senza finalità politica”

Per la difesa di Valter Lavitola resta immutato anche il movente dell’intera vicenda, che viene definito estraneo a qualsiasi finalità politica. “L’obiettivo era proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale Lavitola aveva avuto notizia. Ha ribadito il profondo rapporto di amicizia che li legava e la convinzione che fosse necessario tutelarne l’incolumità”, hanno sostenuto i difensori, Sergio e Arturo Cola, ribadendo quanto spiegato da Valter Lavitola durante le dichiarazioni spontanee che ha reso davanti ai giudici del tribunale del Riesame di Roma, dove poco fa si è conclusa l’udienza. In quest’ottica vengono richiamati anche i due mesi di telefonate che Lavitola avrebbe effettuato dopo l’attentato, tra ottobre e dicembre, per sollecitare un rafforzamento delle misure di protezione nei confronti del giornalista. “Quelle chiamate – hanno precisato i legali – non hanno nulla a che vedere con un presunto progetto politico. L’eventuale aumento di notorietà di Ranucci era già avvenuto e da quel momento l’unico scopo era garantirne la sicurezza”. I difensori contestano infatti la tesi della Procura secondo cui l’attentato sarebbe stato finalizzato a favorire una futura candidatura politica di Ranucci. “È un’ipotesi priva di fondamento. Lavitola ha ricordato più volte che Ranucci non ha mai voluto candidarsi e che, anzi, si irritava ogni volta che il suo nome veniva associato alla politica”. A sostegno della ricostruzione è stata richiamata anche un’intercettazione nella quale il giornalista manifestava il proprio disappunto dopo essere stato indicato come possibile premier in un sondaggio. 

“L’ho fatto per proteggere Ranucci dall’attentato”

Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta fosse alzata di livello”. Così Valter Lavitola ai giudici del Riesame, secondo quanto riferito dai suoi legali difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. La dichiarazione è stata resa nel corso dell’udienza durante la quale Lavitola ha reso dichiarazioni spontanee sull’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, per cui è considerato il mandante. 

“Inchiesta è competenza territoriale di Avellino”

 “La competenza territoriale dell’inchiesta spetta alla Procura di Avellino e non a quella di Roma, poiché è in terra irpina che l’ipotesi di reato avrebbe avuto inizio”. E’ il perno centrale riportato della memoria di 72 pagine depositata oggi dagli avvocati di Valter Lavitola davanti ai giudici del Tribunale del Riesame della Capitale. I legali Sergio e Arturo Cola chiedono infatti la caducazione dell’ordinanza cautelare, sostenendo in via preliminare non solo il superamento dei termini perentori di decisione, ma indicando con precisione come il trasporto dell’esplosivo – poi impiegato a Torvaianica contro l’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci – sia partito dal comune di Sperone, in provincia di Avellino. Scrivono nella memoria i due avvocati: “Trattandosi di un reato permanente come il porto illegale di armi, la competenza spetterebbe dunque per legge al capoluogo campano e, per attrazione distrettuale, alla Procura di Napoli”.

“A Gomes dato mandato in bianco”

Valter Lavitola si è assunto ogni responsabilità sulle modalità esecutive del delitto, ma ha chiarito che l’idea della bomba apparteneva a Gomez, al quale aveva affidato un mandato sostanzialmente in bianco””. Lo hanno dichiarato gli avvocati Sergio e Arturo Cola, difensori dell’ex faccendiere, al termine dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, i cui giudici si sono riservati la decisione sulle richieste della difesa” hanno aggiunto i legali, secondo i quali nel corso dell’interrogatorio Lavitola avrebbe ricostruito il proprio ruolo spiegando di aver incaricato Gomes di occuparsi della vicenda senza indicare le modalità operative. “Gli aveva detto che avrebbe fatto a modo suo, forte della propria esperienza nel settore della sicurezza internazionale e militare. Non gli aveva parlato di un ordigno, ma Lavitola ha comunque deciso di assumersi la responsabilità delle conseguenze di quel mandato”, ha spiegato l’avvocato Sergio Cola.

Chiesti i domiciliari in Basilicata

Gli avvocati di Valter Lavitola hanno chiesto la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari in un’abitazione di Noepoli, in Basilicata, presa in locazione dal figlio. “Dopo l’interrogatorio dell’8 luglio Lavitola, tramite il nostro studio, ha comunicato al colonnello Ferrara tutti i suoi spostamenti, mettendosi completamente a disposizione degli inquirenti. È falso, come già sostenuto dallo stesso Lavitola nelle dichiarazioni spontanee, che avesse acquistato un biglietto per fuggire: quel viaggio era legato a una conferenza di servizio poi mai svolta in presenza”, spiegano Arturo e Sergio Cola. “Non la chiediamo soltanto perché riteniamo scaduti i termini, ma soprattutto perché sono venute meno le esigenze cautelari: non c’è più rischio di fuga né di inquinamento probatorio. L’indagine è ormai cristallizzata nelle confessioni, nelle chiamate di correo e negli altri elementi raccolti”, concludono. 

“Dimostreremo che non ci sono esigenze cautelari”

“Oggi, in sede di udienza di Riesame dimostreremo che non ci sono più le esigenze cautelari e che sono scaduti i termini. Inoltre l’ipotesi accusatoria della procura di Roma, così come è concepita non può reggere, come anche la competenza territoriale” aveva detto Sergio Cola all’ingresso del Tribunale questa mattina.