Attentato a Ranucci, il commando irpino ora è pronto a parlare con i magistrati

Hanno deciso di rompere il silenzio i quattro irpini, componenti della banda che ha dato esecuzione, su mandato di Lavitola, all’attentato dinamitardo davanti all’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci. Dopo essersi avvalsi della facoltà di non rispondere per ben tre volte – durante l’interrogatorio di garanzia, il riesame e l’invito a dedurre firmato dal pubblico ministero della Dda di Roma - i legali Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, hanno presentato l’istanza di interrogatorio, per far ascoltare i loro assistiti.

I chiarimenti saranno forniti stamane – con ogni probabilità – sul movente dell’attentato e sul ruolo di Clesio Gomes Tavares (tutt’ora latitante), considerato il tuttofare di Valter Lavitola conosciuto dal presunto mandante dell’attentato a Ranucci, in carcere e considerato da quest’ultimo come «un figlio». I primi a parlare stamattina saranno padre e figlio, Antonio Passariello e Pellegrino D’Avino. Non è escluso che gli esecutori materiali, previo compenso, dell’attentato a Sigfrido Ranucci, possano fornire ulteriori dettagli sulle reali motivazioni che hanno spinto Valter Lavitola ad organizzare l’azione delittuosa. La richiesta di essere ascoltati dal pubblico ministero procedente arriva a distanza di quasi due mesi dall’esecuzione dell’emissione delle misure cautelari nei loro confronti. A chiedere di essere sottoposti ad interrogatorio Antonio Passariello considerato dagli inquirenti colui che ha posizionato l’ordigno davanti all’abitazione di Ranucci insieme a Saverio Mutone, giovane originario di Sperone, Pellegrino D’Avino (figlio biologico di Passariello) colui che ha avuto contatti con i fornitori della bomba e con il tuttofare di Lavitola e infine la sua compagna Marika De Filippis che ha effettuato i sopralluoghi davanti all’abitazione di Ranucci, insieme a D’Avino. Passariello, Mutone e D’Avino sono in carcere dal 30 giugno scorso, mentre la De Filippis è ai domiciliari.

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I quattro hanno trasmesso nei giorni scorsi una comunicazione ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di piazzale Clodio per chiedere di essere ufficialmente ascoltati. La mossa dei legali giunge a seguito dei recenti sviluppi dell'inchiesta, segnati dall’arresto e dalla successiva confessione di Valter Lavitola, che ha ammesso davanti agli inquirenti di essere il mandante dell’azione criminale, ma di averla fatta a fin di bene, per accrescere la sicurezza del giornalista nonché la sua popolarità. Analogamente, a settembre, quando è prevista l'udienza davanti al Tribunale del Riesame, Lavitola ha già annunciato di voler rendere dichiarazioni spontanee. Tali chiarimenti potrebbero riguardare sia il movente originario sia i contorni del «mandato» conferito agli esecutori materiali dell'attentato. Durante il lungo interrogatorio reso davanti al gip lo scorso 12 agosto, l’ex editore ha spiegato di aver affidato al proprio factotum, il cittadino camerunese Gomes Tavares – amico dell’irpino Pellegrino D’Avino dal 2021 e con il quale hanno svolto insieme servizi di sicurezza in alcuni locali irpini - l'incarico di individuare i soggetti adatti a compiere un atto intimidatorio.

Stando alle intenzioni di Lavitola, l'azione doveva limitarsi all'esplosione di colpi d'arma da fuoco: «Non ho chiesto di piazzare un ordigno, ma di sparare quattro o cinque colpi di pistola verso il muro della villetta». Tuttavia, dopo il blitz dinamitardo, l'indagato non avrebbe mosso obiezioni, considerando lo scoppio dell'ordigno comunque «efficace» per raggiungere il suo obiettivo primario: spingere le autorità ad aumentare la scorta assegnata a Ranucci.  Possibile, dunque, che gli irpini – incastrati dalle loro stesse affermazioni captate durante le indagini con le intercettazioni - vogliano chiarire anche questo aspetto smentendo o confermando quanto finora raccontato dal mandante dell’attentato, l’imprenditore Valter Lavitola, amico di Ranucci con il quale cenava almeno due volte a settimana.