Assalto alla villa della famiglia Doimo-Merkel, i due rapinatori 20enni restituiscono alle vittime i 15mila euro rubati: «Ci dispiace, siamo pentiti»

REFRONTOLO «Ci dispiace per quello che abbiamo fatto, non pensavamo potesse finire così. Siamo pentiti». Il ravvedimento e le scuse, uniti a un risarcimento complessivo di 15mila euro alle vittime, sono stati fondamentali nei patteggiamenti a due anni e otto mesi conclusi dal 22enne di Moriago Ismail Gjata e dal 21enne di Cison Egzon Duka (difesi dagli avvocati Danilo Riponti e Carlo Canal). Entrambi erano accusati di aver preso parte alla violenta rapina in villa avvenuta il 20 marzo 2025 ai danni della famiglia Doimo-Merkel, a Refrontolo.

Insieme a loro, alla sbarra è finito anche il 18enne Alil Mashkuli (all’epoca minorenne, finito nei guai successivamente anche per un’altra rapina, quella alla villa del dentista Alessandro Bubola dell’11 marzo scorso). Mashkuli (difeso sempre dall’avvocato Danilo Riponti) opterà per il rito abbreviato (che dà diritto a uno sconto di pena in caso di condanna): il giudizio nei suoi confronti, salvo colpi di scena, si aprirà in ottobre.

Nel frattempo, gli altri due giovani accusati di aver fatto parte della banda, Gjata e Duka, hanno, come detto, optato per un patteggiamento (rito che dà anch’esso diritto a uno sconto di pena in caso di condanna). Il giudice delle indagini preliminari ha riconosciuto il pentimento espresso dai due ragazzi, che si sono detti «profondamente dispiaciuti» per quanto successo. Non pensavano, hanno confidato, che le conseguenze potessero essere tanto gravi. I due e le loro famiglie si sono anche impegnati a risarcire la famiglia Doimo-Merkel con circa 15mila euro complessivi, a fronte del danno provocato. Il bottino sottratto durante il colpo è infatti stato stimato in circa 12mila euro.

Rapina nella villa del dentista Bubola, il 19enne mente del colpo collabora e viene scarcerato. «Vedevo l'elevato tenore di vita dei figli»

Il colpo

L’episodio risale appunto al 20 marzo scorso, quando, nella villetta di via Liberazione, nascosta rispetto alla strada e accessibile in auto soltanto tramite un viale privato, un 19enne si è svegliato nel cuore della notte sentendo dei colpi. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il ragazzo ha visto all’esterno, attraverso una finestra, la sagoma di un giovane incappucciato che gli ha intimato di aprire la porta. Inizialmente il giovane lo ha scambiato per un conoscente e si è avvicinato alla maniglia per aprire, ma ha poi riferito ai militari di avergli obbedito proprio per paura, scorgendo un’arma da fuoco. Non appena la porta è stata spalancata, sempre secondo quanto ricostruito dalla Procura, altri tre complici incappucciati, tutti molto giovani ma dal fare deciso, sono entrati in casa brandendo delle armi corte e chiedendo di avere subito “i soldi”. Quando anche la madre del 19enne, allertata dai rumori, è scesa in salotto, si è ritrovata davanti una scena terrificante: suo figlio aveva una pistola puntata alla tempia. Un ragazzo di poco più giovane - stando a quanto raccontato agli investigatori - gliela teneva premuta contro, con il dito sul grilletto.

Terrorizzata dal suo sguardo e dalle sue minacce, la donna ha obbedito a ogni richiesta: la banda ha prima frugato nel portafoglio di entrambi, poi ha cercato il vero bottino, che la famiglia aveva nascosto. Ottenuti i soldi, i quattro giovani banditi si sono dileguati nell’oscurità, lasciando la famiglia in un angoscioso silenzio. I carabinieri della compagnia di Vittorio Veneto, intervenuti la sera stessa dopo l’incursione della banda e l’allarme lanciato al telefono dalle vittime, hanno ricostruito il colpo partendo dalle testimonianze della famiglia. In quel momento, a casa mancava il padre, impegnato nel settore del gelato in Germania. I profili descritti dalle vittime (incappucciati ma ancora riconoscibili) e le immagini delle videocamere di sorveglianza private nella zona hanno permesso agli investigatori di scoprire gli spostamenti di alcuni dei ragazzi residenti nell’area del Quartier del Piave.