Cervelli in fuga: architetto italiano a Parigi fa carriera nel lusso
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Quando arrivò a Parigi non sapeva una parola di francese. Aveva una laurea in architettura appena conquistata, una valigia piena di aspettative e la convinzione, forse ingenua, che oltreconfine tutto sarebbe stato più semplice. Invece il primo anno fu una doccia fredda. “Pensavo di arrivare e trovare una specie di autostrada davanti a me. Ero convinto che alcune conoscenze famigliari mi avrebbero aiutato. Non andò affatto così”. Claudio Vivenzio, classe 1975, è nato a Genova e oggi guida un gruppo internazionale con sedi a Parigi, Dubai e New York, impegnato in progetti per alcuni dei più importanti marchi del lusso mondiale. Ma quando lasciò l’Italia, nel 2004, il suo futuro era tutt’altro che scritto. A spingerlo non fu la mancanza di lavoro. “Avevo semplicemente la sensazione che il mio potenziale avrebbe trovato più spazio altrove”, racconta a ilfattoquotidiano.it.
La Genova in cui era cresciuto gli stava stretta. “La vedevo come una realtà molto chiusa, molto provinciale. Sentivo il bisogno di confrontarmi con qualcosa di più grande”. Dall’altra parte c’era Parigi, città che aveva imparato a immaginare attraverso i racconti di una zia che viveva lì da anni. Nella sua testa rappresentava una promessa di apertura, opportunità e internazionalità. Così accelerò tutto. “All’università avevo un solo obiettivo: laurearmi il prima possibile e partire”. Fu tra i primi del suo corso a terminare gli studi e, poco dopo la laurea, partì verso la Francia. La realtà lo accolse con meno gentilezza del previsto. “Non sapevo il francese. Non l’avevo mai studiato. E all’epoca, senza francese, nessuno ti assumeva”. Per mantenersi accettò qualsiasi lavoro. Turni notturni alla reception degli hotel, telemarketing, impieghi temporanei di ogni tipo. “Non potevo tornare indietro. Avevo raccontato a tutti che sarei andato a Parigi. Tornare a casa dopo pochi mesi sarebbe stato come ammettere una sconfitta”.