Annalisa Minetti: «Vorrei vedere mia figlia, per me è solo una voce. Ho paura di dimenticare i ricordi, mi sento un peso per lei»
Annalisa Minetti rischia di perdere anche i ricordi visivi del passato a causa della retinite pigmentosa. La cantante milanese, entrata nella storia pop per aver cannibalizzato il Festival di Sanremo 1998 vincendo con il brano “Senza te o con te”, convive da tre decenni con la malattia. Se le medaglie nell'atletica paralimpica hanno dimostrato il carattere della quarantanovenne, la biologia oggi presenta un conto diverso: la progressiva erosione della memoria. Durante una recente conversazione all'interno del podcast “We Are Freaks” l'ugola d'oro ha spiegato che le immagini legate ai colori e alle fisionomie umane stanno sbiadendo. Diventa difficile trattenere i contorni di un passato che il tempo cancella.
La paura di scordare tutto
L'interprete ha affrontato direttamente il timore di vedere evaporare la propria memoria visiva: «Da qualche tempo la mia paura più grande è quella di dimenticare i ricordi. C’è questo pensiero che ho condiviso, anche se in maniera sfuggente, ma che torna ogni tanto. Sono 30 anni che sono non vedente e incomincio a fare proprio tanta fatica a ricordare il mare e altre cose». Una riflessione sincera, che arriva quando tutti le chiedono come faccia a essere così autonoma e forte, ma quasi nessuno le chiede quanto dolore nasconda.
La figlia è solo una voce
Il momento più emozionante è arrivato però quando ha parlato della secondogenita Elena. La ragazza, crescendo, è cambiata fisicamente, ma per sua madre quei mutamenti biologici esistono soltanto attraverso racconti, carezze e parole. Tra le lacrime, ha ammesso: «La vorrei vedere, ecco.
Faccio fatica a non vederla». Un momento toccante, in cui ha svelato che la figlia è per lei soprattutto una voce amata, certo, ma che vorrebbe poter guardare almeno una volta per comprenderne i tratti reali.Il timore di essere un peso
Questa dinamica genera un'angoscia costante, legata al timore di trasformarsi in un fardello per la giovane, che le descrive quelle immagini del passato, come il mare e i colori, che stanno ormai sbiadendo nella sua mente: «E quando mia figlia me le racconta è un’emozione bella, bellissima, ma sento anche la sua di sofferenza. Quindi mi sento di essere a volte un peso per lei, più che per mio figlio». Perché essere coraggiosi non significa affatto non soffrire. Significa andare avanti lo stesso.
Ultimo aggiornamento: venerdì 24 luglio 2026, 13:14
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